CACCIATORI DI MAFIOSI

L’INTERVISTA CON L’AUTORE. La mafia raccontata da chi ogni giorno la combatte. Andrea Galli, giornalista del ‘Corriere della Sera’, nel libro da poco pubblicato “Cacciatori di mafiosi” (Bur Rizzoli), accompagna il lettore in un percorso a ‘tappe’ nella criminalità organizzata e nella lotta, quotidiana, di chi in prima linea ha il compito di arrestare i mafiosi. Appostamenti, notti insonni, indagini in bilico, inseguimenti e la soddisfazione della cattura: incalzante come un romanzo – ma è tutto incredibilmente reale – il libro è narrazione e reportage sulle mafie, sul sistema in cui la criminalità organizzata vive e si radica, sui linguaggi e i codici dei boss e degli affiliati.  A stanarli sono i ‘cacciatori’, uomini semplici, con famiglie sacrificate per il lavoro, ore e ore di servizio e mezzi di indagine, anche i più banali, che scarseggiano.

I protagonisti del libro (i cacciatori) sono uomini del Sud, grandi lavoratori, professionisti competenti e incorruttibili. Il tuo è anche un risarcimento a una retorica sul Sud Italia che racconta solo una faccia, quella meno nobile, di quelle terre? A me i luoghi comuni infastidiscono parecchio, dunque figurarsi gli stereotipi sul Sud… Anche perché, se vogliamo dirla tutta e davvero spero di non risultare banale e volgare, mi sono sposato con una ragazza del Sud che mi ha fatto conoscere, e amare, un sacco di persone, di cose, di atteggiamenti e di situazioni dell’Italia meridionale così meravigliose e che sinceramente, nella mia nordica ignoranza, nemmeno immaginavo esistessero. Ciò premesso, mi piace ogni volta ribadire quanto i cacciatori per esempio di Palermo e Reggio Calabria abbiano con me calcato un concetto, dicendomelo e ripetendolo: anche a fronte di offerte, molto vantaggiose, di avanzamento di carriera in altre città, loro hanno scelto deliberatamente di restare, smenandoci anche miglioramenti salariali, perché Palermo, e allo stesso modo Reggio Calabria, nonappartengono ai mafiosi e agli ‘ndranghetisti. Ma a loro. Fuor di retorica. Appartengono a loro. 

Che idea ti sei fatto di questi boss mafiosi. Sono astuti criminali, come farebbero pensare certi nascondigli a regola d’arte, o la loro latitanza in fondo, bunker e gallerie a parte, è possibile di fatto grazie a una rete di omertà e paura? Sono dei professionisti del crimine. Non sono maldestri briganti ma veri manager, hanno una mentalità imprenditoriale, conoscono le tattiche che verrebbero adottate dal più fine stratega, sanno gestire il gruppo, sanno scegliere le persone. Troppo scontato dire che buttano via la loro vita, scegliendo le mafie e a esse votandosi… Anche perché in tutti i casi, tutti, pur avendo accumulato tesori e milioni di euro, che cosa fanno alla fine? Si rintanano come topi sottoterra, stanno nascosti ventiquattro ore al giorno nei bunker lerci, manco il sole vedono più, per giorni, per mesi, per anni, fin quando, inesorabilmente, tanto è sempre successo, vengono catturati. 

Alla fine di questo ‘viaggio’ nel Sud e nella criminalità che cosa ti resta? Più lo sconforto e il pessimismo o la convinzione che in qualche modo la lotta contro le mafie non e’ impari? Notoriamente non esagero mai con l’ottimismo… Il processo al clan Pesce, clan protagonista del primo capitolo del mio libro, una cosca che si è macchiata di ogni crimine possibile, comincia con gli ‘ndranghetisti che al pm che inizia a parlare ricordano questo:  ‘Voi siete la mafia’. Sottinteso: lo Stato siamo noi. In Calabria la ‘ndrangheta garantisce il superamento degli esami universitari, i posti di lavoro negli ospedali, i voti in politica, e fa forza sulla paura degli onesti che non denunciano e stanno zitti. Un amico carabiniere mi ha raccontato di un’inchiesta dove, per l’appunto, al famigliare di un boss, quasi analfabeta, veniva garantito il sistematico superamento degli esami universitari, peraltro col massimo dei voti… L’amico carabiniere prese i docenti a uno a uno, e domandò con quale coraggio, quale coscienza, accettassero questa odiosa situazione. Uno dei professori rispose: “Io ho due figli, abito nello stesso paese del capoclan. Cosa volete, che vada io a far la guerra? Me la comprate voi la macchina quando me la bruciano per la terza volta? “. Non giudico, ma provo a pensare cosa farei se fosse nella stessa situazione.

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