VANILLA SCENT, DEGNO DI NOTE

Vanilla ScentUn monito, un avviso, un warning, come dire “non voglio arrivare fino a questo punto”. Stefano Gianuario lo ha scritto, anzi, ne ha scritto un romanzo intitolato “Vanilla Scent”, “una luce accesa sul punto in cui, nella vita, non dovevo e volevo arrivare, un esorcismo letterario” lo definisce lui stesso, come se avesse voluto imprigionare su carta il confine da non oltrepassare per allontanarsene del tutto nella reale.

Dato un calcio ad un destino non desiderato, e nemmeno desiderabile, per i più, l’autore ha dato vita ad una storia viva e partecipata, in continua trasformazione, pagina dopo pagina. Pubblicato con Robin Edizioni, “Vanilla Scent” è il suo esordio letterario, se non si contano “Le cose di Jack”. Più che un’opera, spiega Gianuario, è stato un passaggio importante: “l’ho scritto a 18 anni, avevo ottenuto la prefazione di Cristiano Godano, leader dei Marlene Kuntz, band che amavo alla follia. Mi ha aperto un mondo, permettendomi di capire cosa volessi fare nella vita: scrivere”.

Come è cambiato il tuo approccio alla scrittura e nell’esperienza che offri al lettore tra queste due opere?

Tra l’una e l’altra, ci sono 15 anni di scrittura vissuta quotidianamente, con il mestiere di giornalista. Sicuramente lo stile – che comunque quello è – ha subito un’evoluzione. Per certi versi la lettura può essere diventata più piacevole, senz’altro più divertente e meno pesante rispetto agli estremismi dei vent’anni. Continua a leggere

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A MILANO, COL VENTO DELL’OCEANO

Al vento dell'oceano.JPGSono ancora una volta le indagini di Neron Vukcic, sono per l’ultima volta le indagini di Neron Vukcic quelle con cui Hans Tuzzi intrattiene e appassiona i suoi lettori portandoli nel 1926. “Al vento dell’oceano”, pubblicato da Bollati Boringhieri, è infatti il titolo che conclude la trilogia con cui lo scrittore milanese ha dato vita ad un personaggio che nel panorama dei detective riesce a non essere confuso con i tanti altri.

Lo si vedeva già ne “Il Trio dell’arciduca”, i lettori che hanno continuato a seguite Vukcic con “Il sesto Faraone” non sono rimasti delusi e con questo nuovo titolo gli potranno dire addio con tutti gli onori del caso ed un pizzico di curiosità per quello che Tuzzi la prossima volta potrà inventarsi. Continua a leggere

SCRITTO SOTTO UN CIELO DI CARTA

sotto un cielo di cartaUn libro di carta nato “dall’amore per la carta e per i libri, per esorcizzare la paura che la carta possa davvero essere abolita”. Roberto Ritondale, “scrittore ambulante”, sempre in giro con oggetti di carta a rischio di estinzione, dalle cartoline alle agende, con il suo romanzo “Sotto un cielo di carta” (Leone Editore) ha voluto lanciare un allarme.

Allarme “internet”, il “Grande fratello” dei nostri giorni, che ci tiene sotto controllo e sa tutto di noi. Ne è nato un romanzo distopico, una esplicita metafora orwelliana, che racconta un futuro in realtà già presente. Commuove, emoziona, spaventa, diverte. Conquista!
Da quando hai pubblicato il libro ad oggi, il mondo reale ti sembra più vicino a quello che hai descritto?

La qualità dei nostri rapporti peggiora quotidianamente, sono sempre più virtuali. Ad un abbraccio caloroso di un amico preferiamo dieci chat con semisconosciuti. Si stanno sottovalutando gli effetti di quella che chiamo “alienazione da smartphone”. Sui treni, al ristorante, nella metro e persino alla guida delle auto: sempre più persone hanno gli occhi incollati al telefonino.

Che rapporto hai tu con libri ed e-Book?

I libri di carta li accarezzo, li stropiccio, li annuso. Ci dormo, con i libri. Me ne porto a letto almeno un paio. Pur essendo un tecnologico, non ho l’e-Reader. Il trailer di “Sotto un cielo di carta” si conclude con questo slogan: “Severamente vietata la vendita in e-Book”. Sarebbe un controsenso! Devo confessarti che sono ottimista: a differenza dei quotidiani, i libri avranno ancora lunga vita: leggerli è un’esperienza multisensoriale che dà troppa felicità.

Come hai creato i personaggi?

Il mio è un romanzo distopico anomalo: in primo piano non c’è il regime feroce che limita la libertà ma la vicenda umana di un nonno che ama profondamente la carta. Ho scelto un punto di vista familiare, personaggi plausibili e capaci di parlare anche ai più giovani, sembra, visto l’entusiasmo con cui mi accolgono, soprattutto nelle scuole. I lettori mi dicono che questo libro è capace di commuovere e far sorridere, era questo il mio intento.

Per Odal ti sei ispirato a qualcuno in particolare? Cosa ha in comune con te?

Odal è l’anagramma di Aldo, il nome di mio padre. Mi sono ispirato a lui per costruire un personaggio giusto e ironico, appassionato e fragile. Io non credo agli scrittori che dicono di aver inventato tutto: per essere credibili bisogna pescare nella propria biografia o almeno nel proprio vissuto emozionale.

A tratti mi ha ricordato Cecità di Saramago. Ci hai mai pensato?

No, non ci avevo mai pensato, ma in effetti con “Cecità” ci sono diversi punti in comune: il tempo storico e il luogo imprecisati, la dittatura (nel suo caso quella dei ciechi malvagi) e soprattutto la voglia di denunciare i mali della società attraverso una metafora. Ma il mio autore portoghese preferito è un altro: Fernando Pessoa. All’Università ho scelto di studiare portoghese per poter leggere le sue poesie in lingua originale.

Che altri autori ami?

Li ho citati quasi tutti nel romanzo, quando Odal finge di prendere libri dai suoi scaffali dolorosamente svuotati. Ma “Sotto un cielo di carta” è soprattutto un omaggio ai due più grandi autori distopici, tanto che il regime abolisce la carta con il “Codice 2435”. Non è un numero scelto a caso, è la somma di 1984 (il romanzo di Orwell) e Fahrenheit 451 (il libro di Bradbury).

Trasformeresti questo libro in una graphic novel?

Ne sarei felice! E credo che questo libro potrebbe diventare, con un piccolo sforzo, anche una sceneggiatura per un buon film.

Quest’anno hai pubblicato “Il sole tra le mani”. In due parole, perché leggerlo?

È un romanzo di formazione con una struttura da thriller, ma senza scena del delitto. Gli editori, quando un libro ha successo, tendono a chiedere infinite repliche ai propri autori, ingabbiandoli in un genere o in una serie. Leone editore mi ha dato fiducia pubblicando un romanzo che forse spiazzerà chi ha amato “Sotto un cielo di carta”: è la storia di un eclissato che riesce a ritrovare la luce donandosi agli altri. Un altro libro-metafora sull’uomo contemporaneo, apparentemente condannato alla solitudine e schiacciato dalla società dell’immagine.

di Marta Abbà

I SOGNI NON FANNO RUMORE

Sogni non fanno rumore 1Meglio attaccare che difendere, nella realtà e nei sogni, anche perché “I sogni non fanno rumore” ma fanno bene a chi li utilizza per vivere meglio. Alla sua prima opera, Roberta Dieci scende in campo con un romanzo che è un evolvere continuo di vicende e di emozioni in grado di tenere i lettori in preda ad una sorta di “ansia” positiva.

Quell’eccitazione che regalano i libri di cui si vuole conoscere la fine ma non li si vorrebbe abbandonare mai. Continua a leggere

DENTE PER DENTE

dente per denteSe esistesse un museo chiamato Mu.CO, cosa ci sarebbe esposto? Il peggio dei più noti artisti secondo Francesco Muzzopappa che ha pubblicato per Fazi Editore il romanzo Dente per dente. Così intelligente e ironico che fa quasi venire voglia di andare a Varese, perché li si trova il MuCO, a conoscere il protagonista.

Leonardo lavora in questo museo, da tre anni, passa le giornate vegliando sulle opere dei più grandi artisti contemporanei scelte perché orribili, “nonostante la firma”, compresi un Dalí davvero brutto e ben due Magritte inguardabili.

Il libro di Muzzopappa non sembra nemmeno di narrativa italiana per la freschezza con cui affronta una storia di vendetta e la disinvoltura con cui gioca con sarcasmo ed ironia, una disinvoltura intelligente che sembra più british che italian style. Continua a leggere

OVUNQUE SEI, MA SCOMPARSA

OVUNQUE SEIOvunque sei è il titolo perfetto per raccontare la storia di una scomparsa. Daniela Quadri, già autrice de “Le stelle di Srebrenica”, sempre pubblicato da Leucotea come questo nuovo volume, lo sa fare con grinta e dolcezza, allo stesso tempo. Il risultato è che il lettore non si scolla dalle sue pagine, innamorandosi dei personaggi e tenendo il fiato con loro durante le indagini.

Chi già conosce questa autrice monzese, ritroverà con piacere Marta Valtorta, giornalista free-lance, e Tony Nardone, il carabiniere con cui si è fidanzata nel precedente libro. Chi approda ora alla prosa di Quadri non si troverà senza la terra sotto i piedi perché Ovunque sei” si può leggere anche autonomamente, la sua bellezza non viene scalfita.

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ESSERE BAMBINA, ESSERLO STATA

Ogni giorno come fosse bambinaDa Milano a Grassano, dagli 80 e passa anni ai 16. Da Michela Tilli, scrittrice monzese pubblicata da Garzanti, arriva un nuovo romanzo che avvicina due generazioni in modo delicato e incisivo mettendo in contatto i lettori di qualsiasi età con il proprio “Sè” bambino e anziano.

Ogni giorno come fossi bambina è il titolo della storia che Tilli fa nascere da una punizione, quella che la 16enne Arianna deve scontare. Questa adolescente disadattata, che si è scavata un rifugio tra i libri e la rete rinnegando il proprio corpo e la propria femminilità, si trova costretta a stare dietro e a dare corda ad Argentina.

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INCERTI POSTI DA PARKOUR

Incerti postiIncerti posti, le metropoli, quelle che abitano Antonio, 16 anni, e Matteo, 42 anni, entrambi intrappolati nel passato, in bilico, che tendono al presente con fatica finché non risolvono i misteri che li fanno viaggiare nei ricordi e vagare con la mente densa di dubbi. Incerti posti è il nuovo romanzo di Marco Montemarano, pubblicato da Morellini Editore, il primo italiano che racconta il parkour senza renderlo un “fenomeno” e nemmeno confinandolo come una coreografia che fa scena ma che non si fa conoscere.

In questo libro il parkour è al centro della vita del più giovane protagonista ed è metafora di un equilibrio che nasce da una successione di stati di non equilibrio che lascia il lettore con il fiato sospeso.

Si alternano le storie di Antonio, partendo dalla Roma dove abita con una madre obesa e il suo compagno assurdo che suona l’ukulele, e di Matteo, manager attorno ai 40 in una multinazionale giapponese che in una metropoli del Nord Europa. Il primo desidera sapere chi è suo padre, il secondo cosa è avvenuto quando era molto piccolo in un episodio che gli ha segnato la vita tormentandolo quotidianamente.

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