UN’IDEA MACAO PER MILANO

L’INTERVISTA CON L’AUTORE  Una “parentesi di vita umana”, una “elettricità” che per alcuni giorni ha attraversato decine di persone coinvolte nel progetto Macao. Così Ivan Carozzi, giornalista e autore di ‘Macao’, ebook appena pubblicato da Feltrinelli nella collana Zoom, racconta l’esperienza, anche personale, e il significato dell’occupazione della Torre Galfa da parte di un gruppo di “lavoratori dell’arte”,  poi allargatosi a decine e decine di giovani che per giorni hanno vissuto nel grattacielo dimenticato – e dopo lo sgombero all’esterno per poi spostarsi a palazzo Citterio fino al successivo sgombero -, per affermare non solo la necessità di spazi per l’arte ma anche rivendicare la propria identità.

Cosa ti piace ricordare dell’esperienza di Macao e che racconti nel tuo libro? Non so esattamente per quale ragione, ma tra i ricordi della torre, ho fermato quello della volta in cui ebbi un accesissimo scambio di vedute con un gruppo di persone, alla Torre Galfa, su questioni che riguardavano l’organizzazione interna di Macao. In quella mezz’ora avevo provato la paradossale sensazione, davvero rara, che in quel momento il rapporto con quelle stesse persone, con cui ero in disaccordo su tutto, sui fondamentali, non si stesse guastando, ma stesse diventando molto più stretto, vibrante e sincero. Capita molto, molto raramente. Poi ricordo lo sbalordimento provato la prima sera, mentre ero al bar, vedendo tutta quella gente arrivare e la strana sensazione che stessero aggredendo il luogo e un po’ stuprandolo. Ero geloso.

Per la città cosa ha rappresentato a tuo parere questa “fiammata”? Credo abbia documentato l’esistenza della vita umana, in una forma che abitualmente tendiamo a dimenticare e disconoscere. Qualcosa che ha a che fare con l’elettricità che passa da un corpo a un altro. In subordine, credo che abbia testimoniato il fatto che l’energia, oltre a disperdersi, può sopravvivere sottotraccia e ripresentarsi all’improvviso. Alludo al fatto che la Torre Galfa ha rianimato quello spirito arancione, davvero magico per chi lo ha vissuto, che accompagnò l’elezione a sindaco di Giuliano Pisapia e che sembrava disperso. C’è un cinismo, spesso non autentico ma di tipo culturale, che ha seminato molto in Italia e in questa città. Un cinismo che arriva ovunque e s’insinua tra le pieghe del linguaggio parlato e nel linguaggio scritto e declamatorio dei social network. Rispetto il cinismo, quando è davvero radicale, ma non quando è una posa culturale, un atteggiamento. Io penso che la Torre abbia operato anche una selezione tra chi è cinico e chi non lo è.

Fuori da pregiudizi e stereotipi, chi erano davvero i giovani che hanno partecipato e partecipano a Macao? Come ho scritto nel libro, i nati tra la fine degli anni ’80 e ’90, una generazione data per immobile e sconfitta, ha dato prova in quelle due settimane di esistere, di avere talento per la vita. Poi magari tutto tornerà al punto di partenza, ma in quelle due settimane si è aperta una parentesi in cui si è affacciata la vita umana. Ricordo Antonio Caronia, un professore di Brera, che il primo giorno passò dalla torre e a una platea di ragazzini disse che ‘noi non siamo macchine, l’essere umano non è riducibile ad una macchina, ma è una sorta di ‘wetware’, cioè qualcosa di umido, di radicalmente diverso, che non è software e non è hardware. Sembrava di ascoltare un teologo, ragionare sull’anima, dentro un grande chiostro di cemento armato. 

 Credi sia un’esperienza che può continuare? Si, credo che possa continuare. Il sentiero è più stretto, anche perché lo sgombero dalla Torre, un luogo che ci aveva fatto sognare, un po’ ci ha dato la mazzata. Io sono uno che tende rapidamente alla disillusione, ma ho incontrato persone migliori di me, molto più determinate e capaci di coltivare i sogni, con tutta la pazienza e la necessaria costanza. Il progetto di denuncia politica -spazi degradati, welfare, altre modalità di produzione artistica- non dovrà divorziare dal sogno, e credo che la cosa sia chiarissima all’assemblea. Soprattutto credo che Milano, e un po’ tutte le metropoli, abbiano bisogno di un’idea Macao.

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