L’ARTE DI VESTIRE LA MORTE

L’INTERVISTA CON L’AUTORE “Modamorte parla di arte del vestire la ‘morte’ non nel senso terrificante in cui gli abiti sono neri e patetici ma di abbellirla e di sublimarla nella speranza di un ‘oltre’, di un prolungamento di Sé. È nel dolore che nascono opere uniche, dell’assoluto, e lo stesso vale per la creazione dei vestiti”. Erika Polignino – scrittrice e, tra l’altro, collaboratrice culturale del Moonlight Festival, unico evento wave in Italia-  riassume così il cuore del suo romanzo Modamorte, storia di tabù e crescita per una giovane eccentrica milanese, Musette, appassionata di creazioni sartoriali, folletti, eccessi e ancora tanto di sé da capire ed esplorare. Il libro, pubblicato da Mursia, è una storia ‘terrificante’ solo nell’idea (una giovane che scopre la propria realizzazione artistica nel preparare abiti per defunti), perché tra le pagine ci sono più passioni, oggetti, colori e sentimenti (vivi) di quanto la trama dai toni dark lasci supporre. La protagonista parte da Milano per arrivare in un piccolo borgo medievale delle Marche, un percorso fisico e spirituale alla ricerca di un proprio equilibrio e – come si usa dire – di “un posto nel mondo”. Non è scontato che lo trovi. 

Nel tuo libro parli della morte ma ciò che più mi ha colpito è la presenza “sulla scena” dei morti, cadaveri che ‘interagiscono’ anche fisicamente con i personaggi del libro (per le misure degli abiti, il trucco etc…) E’ un argomento tabù per molti aspetti e di cui poco si parla. A te non spaventa un argomento così forte? Come nasce questa attrazione/interesse verso un tema più spesso evitato che affrontato? Non mi spaventa questo argomento, sono altre le cose che mi inorridiscono come la negligenza e la cattiveria. L’egoismo e la superficialità. Quello che hai detto è verissimo, l’interagire con i defunti è un tabù. È la paura dell’ignoto a trattenerci nell’allungare la mano per sfiorare il volto del defunto, eppure lui è stato un individuo con dei sentimenti. Non so bene come nasce questo interesse verso un tema spesso evitato, credo che sia stato graduale grazie ai molti libri che leggo, probabilmente è germogliato in me fin da bambina. Avevo una nonna molto particolare, mi raccontava storie che avevano un gusto un po’ macabro e mi portava in luoghi misteriosi e affascinanti dove il senso di morte poteva aleggiarvi. Ma non lo faceva per impaurirmi, tutt’altro, voleva che conoscessi l’importanza della contemplazione e l’arte che circondava l’esistenza. Forse voleva insegnarmi ad affrontare le situazioni difficili che la vita dà e valutare cosa è importante e cosa no.

La tua protagonista, Musette, è un personaggio per molti aspetti eccessivo. E’ animata da sentimenti, stati d’animo ed emozioni pulsanti, ma anche da disagi. Quanto c’e’ di reale in lei? Che (giovane) donna rappresenta Musette? Musette è molto reale, ha un’età in cui gli stati d’animo cambiano velocemente, i pensieri turbinano e i capricci la seducono. Musette è in continua ricerca di un equilibrio interiore, spera di trovarlo attraverso i figurini che abbozza o soddisfacendo i propri desideri. La sua eccessiva malinconia è nata dalla mancanza di affetto familiare: non sa dove si trova la mamma e il papà è morto da chissà quanto tempo. La difficoltà di Musette di allontanare la noia è un problema comune nei giovani, il tedio è il male peggiore di questo secolo.

Vieni definita scrittrice “goth”, eppure il tuo romanzo è pieno di colori (nelle descrizioni degli oggetti, quasi ogni cosa ha un colore, mi ha colpito molto), arte, sentimenti amorosi ed esplosivi. Oltre le etichette, cosa significa per te questa definizione? Ho sempre avuto una visione tutta mia del goth, mi definirei scrittrice del gotico contemporaneo, non quello classico. Qualcuno ha definito i miei romanzi come ‘gotico della psiche’, forse è l’espressione più adatta. Nei miei libri sondo il lato misterioso della mente e racconto il vivere in una società moderna in cui pare non esserci più stimoli né novità per far nascere qualcosa di nuovo. Musette, protagonista di Modamorte, lo rappresenta pienamente. Tutti hanno tutto, perfino la diversità è diventata una cosa normale e questo conduce alla noia, l’orrore quotidiano. Sì, ogni cosa per me ha un colore e definisce uno stato d’animo, difatti non necessariamente collego la mia scrittura gotica a un qualcosa di ‘visivamente’ nero, sono le debolezze interiori ad essere nere e io le descrivo. Non mi dedico solo alla letteratura di genere ma anche ad altro, sono curiosa e leggo romanzi differenti, voglio avere una visione ampia della letteratura che mi permetta di trasformare le mie sensazioni in una scrittura liricamente disturbata…

La protagonista in qualche modo fugge da Milano. Tu che ci sei nata che città vedi oggi? Milano è diventata multietnica. Sta assorbendo parecchie culture straniere, è sempre stata una città mentalmente aperta, un lato che mi piace molto. Milano sa essere antica e nel frattempo giovane. Ha i suoi cicli, ci sono periodi in cui è più propensa verso la moda, altri verso la letteratura e altri ancora verso l’arte o la musica. Qui si sperimenta e tante sono le occasioni per fare incontri. Adoro girare per le librerie, ce ne sono tantissime, piccole e grandi, c’è molta scelta e sa soddisfare i gusti della eterogenea clientela milanese. Sono una feticista di libri, sfioro le copertine come se fossero bamboline. La mia città ha anche dei difetti ma appena si fugge da essa la voglia di ritornare è grande. Milano è fatta così, prima ruba i tuoi sogni e poi te li restituisce.

Hai nuovi progetti a cui stai lavorando? Ho concluso il nuovo romanzo, spero di vederlo pubblicato presto, si tratta di una fiaba gotica per ragazzi. É una storia dark candida. L’ho scritta di sera, davanti a profumati incensi e fatine che mi guardavano con occhi grandi…

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