SOGNI DI ROCK ANNI ’80

L’INTERVISTA CON L’AUTORE Verso i Navigli in bicicletta, nelle classi di liceo, nelle cantine sotto i bar del centro a suonare con la band. E musica, musica, musica, ascoltata e suonata, in una Milano che non è quella da bere ma da vivere. E da ricordare, perchè Ago Panini (nelle foto), cresciuto a Milano negli anni ’80, “quando in metropolitana ci si guardava in faccia”, nel suo libro Erba Cattiva (Indiana Editore), della grande città “da bere”, racconta il “lato b”, nel senso discografico del termine, “forse di minor impatto sulla massa, ma fondamentale per chi se ne innamora”. BOOKTRAILER 

Come sarebbe il libro se il protagonista avesse 14 anni adesso a Milano, secondo te?
Forse alcune cose sarebbero diverse. Ad esempio, non so se oggi, per cercare qualcuno con cui formare una band, ci si affiderebbe ancora al volantino ciclostilato. Probabilmente si farebbe un annuncio su facebook, o qualche altro social network. L’aspetto “social” è cambiato molto, rispetto all’epoca dei fatti del romanzo. Allora, suonare, era un modo per contattare persone, per farsi vedere, per fare nuovi amici. E suonare era impossibile, senza una band. Ora, probabilmente si può suonare con strumenti elettronici e il tutto si può condividere al volo. All’epoca non era così.  Personalmente non amo troppo i telefoni portatili e la gente che sta fissa a guardare un mini-schermo in metropolitana. Quindi, istintivamente ho ambientato la storia dell’Erba Cattiva in un epoca in cui ancora, generalmente, in metropolitana ci si guardava in faccia.

Milano è lo sfondo, il barista, e il mondo delle band: perché hai scelto di mostrare solo questo? La Milano dell’Erba Cattiva è una città quasi immaginaria. E’ reale, certamente, ma filtrata attraverso gli occhi di un ragazzino che per la prima volta “esce”, esplora, guarda fuori. E che ascolta musica, principalmente inglese e americana. E che quindi cerca, nella sua Milano, un po’ di Londra e di New York. Quindi la Milano del libro è magica. Anche se quella Milano, per tutta la nostra generazione, un po’ magica lo è stata davvero. C’era la voglia di essere europei per davvero, la voglia di non essere “provincia”, a partire dalla musica (almamegretta e casino royale su tutti). Quella Milano voleva essere quello che poi non è diventata. Quella Milano, a ben vedere, era già diversa dalla Milano che si vedeva in televisione, fatta di tette del drive in, macchine, calciatori stranieri, spalline e aperitivi. La Milano dell’Erba cattiva è il “lato b” (nel senso discografico del termine) della grande città “da bere” e, come tutti i lati b, offre una traccia più complessa, forse di minor impatto sulla massa, ma fondamentale per chi se ne innamora.

E’ una autobiografia romanzata?  Il mio è un romanzo di finzione che pesca, come spesso accade a un nuovo autore, nelle zone limitrofe all’esperienza diretta. Come se mi fossi messo le cuffie e avessi schiacciato PLAY su un walkman (non un iPod…) e avessi riascoltato le voci, le parole, i modi di dire, i suoni, i profumi con i quali sono vissuto. E chiudendo gli occhi, mi è venuto facile ambientare la mia storia li.

Hai mai pensato di trarne un film? L’immagine in movimento è il mio mestiere principale, credo che mi piacerebbe vedere un film, come l’Erba Cattiva, anche se non necessariamente girato da me. Credo che potrebbe essere interessante provare a raccontare quella Milano, quel momento di social senza network, lontano però dalle caratterizzazioni un po’ televisive e forse eccessivamente bozzettistiche che si sono viste sin qui. Mi piacerebbe un film alla “The Commitements”, che aveva quel sapore di realtà senza sconti, anche se diluita con la commedia.

Che rapporto hai oggi con la musica? Sono onnivoro, anche se vado per blocchi. L’anno scorso ho riascoltato tutto De Andrè, e l’anno prima tutto Johnny Cash. Chissà se c’è un legame? Non so stare senza musica. Quando scrivo mi serve un ritmo, un beat su cui regolare il ticchettio della tastiera, come in questo momento. Non sono un particolare appassionato di musica elettronica, ma è certamente un mio limite. Mi piace sentire lo ‘sguish’ delle corde della chitarra elettrica.

Hai ambientato anche un suo short film a Milano: c’è qualche punto in comune?
Milano è la città dove sono cresciuto. Sono nato a Torino, ma secondo la teoria diffusa che “uno è di dove ha fatto le medie”, posso definirmi milanese. E da Milano sono fuggito verso Roma dieci anni fa, innamorato di una parigina che viveva lì. Ogni volta che ci torno, vengo assalito dai ricordi, che è come se stessero in un freezer emozionale, che si spalanca ogni volta che metto piede in Stazione Centrale. E’ come se vari layers di memoria fossero attivi allo stesso tempo. Camminando oggi per Milano, rivedo quello che facevo li, dieci, venti, trenta anni fa. Come se tutto fosse ora, anche ciò che era.

 

 

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