IL PASSATO NON È INNOCENTE

“Siamo fatti piu’ di passato che di presente, il passato non passa mai” secondo Raul Montanari che nel suo nuovo libro pubblicato con Dalai Editore “Il tempo dell’innocenza”, dopo 25 anni fa bussare alle porte dell’adulto Damiano un “deragliamento dalla prevedibilita’ della sua adolescenza” attraverso la voglia di vendetta di una madre, non la sua, che gli chiede “vita per vita”. Intricato? Sì, la trama del libro non e’ sintetizzabile, Tiziano Scarpa l’ha definita “un tunnel inestricabile, quasi irrisovlibile, da cui Raul emerge con grande bravura e qualche trucchetto”.
Così, se per sapere la storia vale la quarta di copertina, quel che e’ stato interessante sapere e’ la lettura che l’autore milanese con alle spalle 12 romanzi e altri racconti, fa della sua ultima opera. Presentando il libro in una chiacchierata con Tiziano Scarpa, Montanari ha spiegato come per lui la narrativa “deve avere a che fare con l’eccezionalita’”. “Mi piace prendere persone normali cogliendole in una situazione eccezionale, catturare una loro emozione ‘comune’ e proiettarla attraverso la storia su uno schermo molto grande dove il lettore la puo’ vedere e riconoscere anche come sua ma amplificata – ha spiegato l’autore – così non si annoia, ci si immedesima”. Per ingigantire le emozioni ci vuole un “fatto catalizzatore” e ne “ll tempo dell’innocenza” questo e’ uno scherzo che Damiano con l’amico cinico Ivan, fa ad Ermanno nell’86, con esiti impensati e terribili per la vittima. Nel 2011 Ermanno, mai ripresosi dalla “ragazzata subita”, si spara e sua madre chiede a Damiano di uccidere Ivan diventato nel frattempo sindaco colluso di un paesino sul Lago d’Iseo. Gli ingredienti ricorrenti di Montanari ci sono tutti, a partire dal lago, allo stile da lui stesso definito “post-noir”, al “male attrezzato, piu’ del protagonista”, all’incombenza dei ricordi, ma, parere di Scarpa, “questo romanzo e’ proprio uno dei migliori, e non perche’ e’ l’ultimo”.
Dopo una partenza sprint, la storia prosegue a ritmo costante e gradevole, senza affanno ma il lettore ne viene risucchiato, proprio perche’ “sul grande schermo dell’opera” vede proiettato un po’ di se’ stesso, dubbi inconfessati compresi.

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