NUOVO ROMANZO PER GABRIELLA KURUVILLA “RACCONTO MILANO CITTÀ-CALEIDOSCOPIO”

L’INTERVISTA CON L’AUTORE  Oggi alla Biblioteca Sormani “Milano fin qui tutto bene” (Edizioni Laterza) è al centro di un dibattito tra la sua autrice, la giornalista, artista e scrittrice italo-indiana Gabriella Kuruvilla, e il giornalista Gad Ledner. Ne parleranno immersi nelle immagini della fotografa di Silvia Azzari e nelle letture di Valeria Ferrario e Alessandro Zoldan.  Del romanzo pubblicato, ne abbiamo già parlato con l’autrice, questa è la volta di cambiare titolo, e di occuparci di quanto sta crescendo tra le sue mani. Un nuovo romanzo. Tutto ancora ambientato a Milano, in una Milano del 2012 da sfondo, che “cambia faccia a seconda dei quartieri e degli orari. E viene vissuta trasversalmente, passando dalla zona di Lambrate a quella dei Navigli, dalle case di ringhiera ai loft degli artisti, dai ristoranti cinesi ai centri commerciali”, come racconta Gabriella Kuruvilla intervistata da Omnimilanolibri.
Da dove nasce questo romanzo? Chi sono i protagonisti?
Questo romanzo è la revisione di un testo che avevo scritto più di 10 anni fa: i personaggi di un tempo, ripresi oggi, sono cresciuti e cambiati, non solo a livello anagrafico. Adesso hanno 30 -40 anni, ma continuano a rimanere precari, non solo dal punto di vista lavorativo ma anche da quello sentimentale, e la prima condizione influenza inevitabilmente l’altra.
La precarietà, purtroppo, rimane la costante, anche perché la situazione negli anni, invece di migliorare, è peggiorata. Tra i vari protagonisti, a parlare in prima persona, ci sono lo studente fuoricorso come il libero professionista: tutti sembrano vivere dentro un limbo, in cui un passato problematico e irrisolto influenza, e spesso impedisce, anche l’immaginazione di un ipotetico futuro.
Che ritratto generazionale emerge dal tuo libro?
Uno dei tanti ritratti possibili: parla di una generazione di adulti, che ha la sensazione di essere rimasta impigliata nell’adolescenza. Ed è proprio il continuo passaggio tra passato e presente, raccontato dai vari protagonisti, a spiegare cioè che sono oggi come inevitabile conseguenza di ciò che erano.
Che ruolo ha Milano nel libro? Che quartieri stai raccontando e che impressione ne emerge?
Milano ad agosto, nel 2012, è il tessuto spazio-temporale dentro cui si intrecciano le varie storie. Quasi all’inizio del romanzo, Diana, la protagonista principale, dice: “Ho il terrore della vecchiaia, più che della morte. Anche se cammino già come una vecchia, senza avere una meta precisa da raggiungere. E penso già cose da vecchia, tipo: ‘Milano, un tempo, era diversa’. Milano, un tempo, ad agosto, si svuotava: sempre e ovunque. Adesso, invece, si svuota solo a tratti: in alcuni momenti e in alcuni luoghi. Probabilmente la crisi economica ha provocato cambiamenti sociali più evidenti dei mutamenti climatici generati dall’effetto serra”.
La città dentro cui i protagonisti si muovono e camminano cambia faccia a seconda dei quartieri e degli orari. E viene vissuta trasversalmente, passando dalla zona di Lambrate a quella dei Navigli, dalle case di ringhiera ai loft degli artisti, dai ristoranti cinesi ai centri commerciali: luoghi molto diversi, che dipingono una metropoli caleidoscopio che cambia continuamente aspetto, a secondo di come, dove e quando la guardi.
Che differenza c’è tra la Milano di questo nuovo libro quella di Milano fin qui tutto bene ?
In “Milano, fin qui tutto bene” (Laterza, 2012) i personaggi raccontavano la città attraverso le loro storie mentre in questo nuovo romanzo Milano è lo sfondo su cui si definiscono o vengono ritagliate, le vicende dei diversi protagonisti.
 Quando hai iniziato a scriverlo e quando lo potremo sfogliare?
E’ un manoscritto su cui, negli ultimi 10 anni, sono tornata più volte, modificando non solo la sua forma, ma anche il suo contenuto. Se non è la mia tela di Penelope, idea non del tutto scartabile, dovrei finirlo entro un anno. E’ ciò che spero.
Hai detto di avere una scrittura molto cinematografica: se questo libro fosse un film, o un regista, quale sarebbe?
E’ vero, il cinema, che amo molto, influenza parecchio la mia scrittura: nell’ultimo libro sia il titolo che la struttura del testo traggono ispirazione da due diversi film, “L’odio” (La Haine) di Kassovitz e “Babel” di Inarritu. Certo mi piacerebbe che da un mio lavoro traessero un’opera cinematografica: ma questo, più che altro, mi sembra un sogno. E, nel sogno, il regista è Woody Allen: non quello di oggi ma quello dei primi lungometraggi. “Io e Annie” su tutti.

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