IL POSTO DEL SILENZIO

Qual è il posto del silenzio? Dove trovarlo e soprattutto come capirne e riscoprirne significato e valore? Sono le domande che stanno al fondo del libro di Sergio Cingolani “Per una storia del silenzio” (Mursia), opera tra filosofia e storia che ha il pregio di raccontare in termini chiari concetti inafferrabili. Chiedersi cos’è il silenzio, nella sua dimensione più strettamente ‘tecnica’, e poi nelle sue ‘applicazioni’ e implicazioni storiche e filosofiche, capirne il ‘ruolo’ nel corso della storia, nei luoghi e nelle arti. C’è tutto questo in un saggio che si legge con orecchio teso a cogliere quanto facilmente ci sfugge intorno a un termine che crea fascinazione e al contempo paura. Scorrendo le pagine del libro di Cingolani capiamo, per esempio, che l’uomo preistorico combattè il silenzio, ‘rompendolo’ – con i primi strumenti musicali, le danze, i riti iniziatici -come un modo per prendere possesso di una natura insidiosa e difficile. Ma è pur vero che, anche nella preistoria, il silenzio rimase un momento fondamentale, come prima della caccia, quando la preda è vicina. Oppure, possiamo scoprire che lettura e silenzio non sempre sono andati di pari passo. In passato, infatti, era consuetudine leggere a voce ‘sommessa’, nella convinzione che dalla lettura vi fosse una sorta di trasmissione del sapere, oggi invece la lettura è pratica prima di tutto mentale, anzi, il momento per definizione del silenzio. C’è naturalmente il silenzio della ricerca di Dio, e poi l’apparente ossimoro del silenzio nella musica: le pause tra le note, altrettanto fondamentali nel comunicare emozione soprattutto nella fruizione ‘dal vivo’; con la musica, scrive l’autore, che “galleggia su un tappeto di silenzio”. C’è il suono delle campane, per Cingolani “anticipo del silenzio”; c’è il deserto, luogo per definizione che prosciuga i rumori, e la montagna, dove il silenzio è una sorta di “ultimo baluardo” di fronte all’ignoto. Un capitolo l’autore lo dedica alla ricerca del silenzio, ed è il punto cruciale della riflessione, e mette in guardia dalla proposta di una “palliativa possibilità di fuga” che spesso offrono i depliant turistici per promuovere un qualche tipo di vacanza. Più complesso è ricercare il silenzio interiore, operazione non facile – a cui secondo l’autore dovrebbero essere dedicati percorsi educativi sin dalla culla – ma sempre possibile, perché il silenzio, è la sensazione che resta a conclusione del libro, è ovunque, a patto di saperlo ascoltare.

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