UN COMICO (NOSTALGICO) SI RACCONTA

“Adesso me la cavo con una carezza, un sorriso, figlio mio, ma quando potrai parlare non voglio che mi trovi impreparato”, così Giacomo Poretti, quel Giacomo di “Aldo-Giovanni-e-Giacomo”, come qualcuno sussurra alla presentazione del libro, ha deciso di scrivere “Alto come un vaso di gerani”. Edito da Mondadori, è in gergo tecnico “un mémoire”, più semplicemente è frutto del desiderio di cominciare a raccontarsi, a spizzichi e bocconi, ad un figlio che oggi ha sei anni e a cui stava arrivando l’ora di mostrare che la vita “non è poi così male”. Nessun intento buonista – la vita, dice Giacomo, “è uno straordinario spavento” – il libro è pieno di nostalgia, dei tempi andati, del piccolo paese d’infanzia, delle relazioni non ancora 2.0, ma non è mai nostalgico, e a sciogliere ogni dubbio ci sono pagine comiche come quelle dedicate alle amicizie a Milano, dove non si può citofonare ad un amico se non si ha un appuntamento: “ti chiede subito:’scusa ma ti avevo per caso invitato a cena? Allora perché citofoni?”.
Le memorie di Giacomo si dividono tra i suoi due luoghi del cuore: Villa Cortese, a 30 km da Milano, dove è nato e cresciuto tra il campetto dell’oratorio, il bar di paese e gli abitanti “con cui si era tutti amici”, e Milano, dove l’autore si è spostato per lavorare e dove oggi vive con la famiglia, “ma ricordo le prime volte che da ragazzo ci venivo, in treno con gli amici, con l’occhio del selvaggio che atterra a Time Square”.
Tra episodi e riflessioni, il confronto è presto fatto: a Milano si vive in verticale, sugli ascensori, su e giù, ci si incrocia, in provincia si vive in orizzontale, ma quelle che Giacomo chiama “le durezze” della città, si affiancano anche a tanti ricordi piacevoli come il primo incontro con Aldo e Giovanni, i tanti teatri, “molti oggi scomparsi, e con loro una parte di Milano”.
“Alto come un vaso di gerani” sta incuriosendo i lettori che lo sfogliano con la chiara impressione che non sia proprio la classica operazione commerciale di biografia di comico celebre: dentro c’è Giacomo, e la sua voglia di scrivere che finora non aveva mai potuto sfogare. “Le nostre gag sono molto fisiche, mi ero illuso di scrivere i testi insieme ad Aldo e Giovanni, mentre gli spettacoli sono soprattutto corporei. Ho capito che se volevo scrivere dovevo farlo da solo” spiega Giacomo che ogni due settimane scrive un pezzo su La Stampa per esplicito volere del direttore del quotidiano torinese. Mario Calabresi si era innamorato della lettera che proprio Giacomo aveva scritto in occasione dell’arrivo del nuovo cardinale di Milano Angelo Scola, su richiesta, “per raccontargli la città da comico”. Il suo contributo aveva colpito molto Calabresi che lo invitò a scrivere, ed è lì che Giacomo ha cominciato a credere di poterlo fare sul serio, pubblicando. Il resto è contenuto ne “Alto come un vaso di gerani”.

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