SECONDA GENERAZIONE

fotoLa ricetta dal sapor mediorientale di Aram e’: padre iraniano, madre romana, un pizzico di leghismo e 20 anni di bollitura nel milanese, a Synagosity, chiamato Gheddafi o Saddam, scambiato per arabo o per circonciso, o per terrorista. Invece e’ una “seconda generazione”, lui, “un po’ come tutti” spiega la sua amica Carmen, perche’ “pure io sono una femmina, figlia di padre siciliano, con le sue idee, e pure Luca e’ un informatico, figlio di un elettricista. Vedi che siamo tutti un po’ di seconda generazione”. A rispondere a Carmen e’ il titolo stesso del divertente spettacolo, “Mi chiamo Aram e sono italiano”, andato in scena al teatro Libero con la regia di Gabriele Vacis, il volto, la voce e la storia dello stesso Aram, Aram Kain. In poco piu’ di un’ora si passano in rassegna gli episodi piu’ significativi, autobiograifici, di una classica infanzia degli anni Ottanta, vissuta nella periferia industriale della grande Milano. Il sapore e’ quello dei tegolini e delle girelle – “io il kebab e il cous cous non li ho mai provati, mia madre e’ romana, il piatto tipico di casa e’ la pajata” – e le parole sono quelle delle maestre, la maestra Colombo, una delle fondatrici della Lega di Synagosity, e dei compagni di scuola, a tratti strafottenti ma alla fine amici storici che “digeriscono” meglio Aram e il suo essere olivastro ma italiano. Con l’arrivo degli anni ’90 la musica non cambia, Aram deve sempre spiegare che in Iran non ci ha neanche messo mai piede, e che non ha nulla a che fare con l’Iraq, ne’ con l’Afghanistan, e che dalla Jugoslavia in poi non e’ tutta Arabia Saudita. Il racconto, sempre per bocca di Aram, continua, anno dopo anno, gag dopo gag, si sorride e si trova sul palco tutta quella Milano metropoli che poi scade con una battuta banale o frutto di ignoranza, che fa cadere le braccia. Si sa, pur ridendo, che quella Milano in scena al teatro Libero, la si puo’ ancora vedere, ad ogni angolo della citta’, e dell’hinterland, ed e’ per questo che si esce con incanto e disincanto, allo stesso tempo, dopo una serata che mescola ironia e tragedia. Le seconde generazioni, oggi sempre piu’ presenti e piu’ milanesi, con Gabriele Vacis sono protagoniste di un racconto  di vita e di memoria che rappresenta pero’ uno sguardo al futuro di una società che impara, giorno per giorno, a dare un significato all’aggettivo “multietnica”. Anche ridendo, sta imparando, grazie anche ad un bravo Aram Kiam che sa donarsi al pubblico con sincero divertimento, trasudando quell’amarezza di chi sa che sta raccontando la propria storia, e quella di molti altri.

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