CARCERE E BIBLIOTECHE: DIRITTI DA LEGGERE

CARCERI, SAPPE: "IN LOMBARDIA DETENUTI QUASI IL DOPPIO DEI POSTI" - FOTO 2La biblioteca, in carcere, ci deve essere per legge, ma il resto? A chiederselo è Emanuela Costanzo, docente della Università Statale e rappresentante dell’AIB al tavolo di lavoro per la stesura di un protocollo di intesa nazionale per i servizi bibliotecari carcerari istituito dal DAP che sarà pronto per marzo: “Starà poi a ciascun istituto la scelta di aderire e far sì che lo spazio dedicato ai libri non sia un magazzino ma un luogo vivo”. Cosa faranno gli istituti di Milano? Costanzo può solo immaginarlo, per ora: “A Bollate c’è un direttore che è già entusiasta dell’iniziativa, mentre ad Opera non saprei: dopo un progetto ben strutturato e formativo intrapreso nel 2000 con AIB, nel 2004 abbiamo dovuto interromperlo con l’arrivo del nuovo direttore. Vedremo”. A San Vittore, la biblioteca è nelle mani di un gruppo di volontari e ultimamente dell’associazione “Bibliorete”, che ha “chiesto aiuto” alla Biblioteca Sormani, attivando anche corsi per preparare detenuti al mestiere di bibliotecari.
Per dare vita e significato agli scaffali di libri, che obbligatoriamente devono stare in un carcere, secondo Costanzo “è necessaria una politica di acquisti non improvvisata: sono molto richiesti i testi in lingua o di carattere giudiziario. Si legge molta filosofia e molta religione, ma anche di pedagogia e psicologia: i detenuti sono anche genitori. Invece mi capita di vedere enciclopedie – racconta – tutto spazio buttato, e in carcere non abbonda”. Un altro importante aspetto che solo una gestione consapevole può garantire è quello dell’integrazione con la rete delle biblioteche locali: “quando eravamo ad Opera avevamo legami con la biblioteca di Rozzano, due detenuti erano anche riusciti ad andare a lavorare lì, dopo essere stati formati. Un vero successo”. Anche lo sbocco lavorativo dato dai corsi da bibliotecario, visto soprattutto dal punto di vista di chi sta dietro le sbarre, rappresenta uno stimolo importante.
Con il protocollo, a cui hanno contribuito DAP, AIB, ANCI, UPI e la Conferenza delle Regioni, Costanzo spiega che “la speranza è quella di avvicinare l’Italia all’Europa, dove le biblioteche carcerarie sono realtà consolidate da decenni: il nostro nume tutelare è l’associazione IFLA di cui facciamo parte. C’è tanta strada da fare, oggi è tutto volontariato disomogeneo, l’ideale sarebbe che le biblioteche del territorio mandassero nella sede del carcere qualcuno di loro”. In Italia, però, deve ancora arrivare il messaggio che le biblioteche dentro, sono come le biblioteche fuori: sono biblioteche.
A pochi km da Milano, c’è già un modello a cui i tre istituti milanesi possono ispirarsi: è quello del Carcere di Monza dove Amelia Brambilla ha messo in piedi una biblioteca attiva, integrata e propositiva. Anzi, sono due, una per maschi, con 7mila volumi, e una per femmine, con altri 3mila, entrambe molto apprezzate. L’accesso è libero, tra gli scaffali, per turni, si può anche consultare, sfogliare, leggere e ogni tanto arrivano le rassegne di Amelia che anima gli scaffali con scrittori e scienziati, Margherita Hack ad esempio, oppure cineforum e conferenze di filosofia. Due volte al mese arriva poi il furgone di Brianzabiblioteche per un “pieno di libri” grazie ad una collaborazione iniziata nel 2010. Ad accoglierli e sistemarli negli scaffali c’è anche un bibliotecario detenuto, “presenza imprescindibile – spiega Amelia – garantisce il collegamento con la popolazione detenuta, facendosi portavoce delle esigenze culturali e di svago degli altri ristretti”.

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