TENTATIVI DI BOTANICA DEGLI AFFETTI

4527226_0L’INTERVISTA CON L’AUTORE  L’abile acquarellista Bianca, dal Lago di Garda arriva nella campagna milanese per ritrarre il patrimonio botanico di un ricco signore con famiglia e amore per la poesia. Catapultando tutti nel primo Ottocento, Beatrice Masini, giornalista e scrittrice di libri per bambini, con “Tentativi di botanica degli affetti” (Bompiani) per la prima volta scrive un romanzo per adulti ricco di specie floreali quanto di sentimenti umani. Le sfumature degli acquerelli, la fortuna della protagonista, si specchiano nelle vicende quotidiane che regolano la vita della grande famiglia dove Bianca è accolta. E lì, tra Milano e la vicina campagna, dipingendo, diventa donna.
Che Milano emerge da questo libro? Ha fatto ricerche – studi per riportare alla luce quell’epoca?
La Milano della Botanica è quella della borghesia e della nobiltà illuminata di primo Ottocento, osservata dal punto di vista di una famiglia che divide il suo tempo fra la città e la campagna: grande spazio per le occasioni d’incontro, gli scambi, le chiacchiere anche di livello elevato, in cornici molto diverse, dai salotti e dai palchi della Scala ai giardini coltivati con orgoglio e dedizione. Ho letto tante cose molto diverse sull’argomento, sia per cercare di essere precisa nei riferimenti sia per saperne di più sulla vita quotidiana di quel periodo. Una delle letture più interessanti è stata quella del libro di Annamaria Calcagni Conforti, “Bei sentieri, lente acque, sui giardini del Lombardo-Veneto”. E poi saggi su Milano, sulla storia del balletto, Italy di Lady Morgan… di tutto.
Che differenza c’è tra la Milano di oggi e quella da lei descritta?
Certi luoghi sono rimasti com’erano o quasi, e comunque se li percorri e li frequenti puoi sentire la voce delle altre epoche. In questo senso non c’è nulla da rimpiangere: il tempo è passato e ha lasciato i suoi inevitabili depositi; ma basta sforzarsi di ritagliare dal proprio campo visivo certi edifici fastidiosi, cancellare la colonna sonora del traffico, e l’atmosfera è tutta lì. Penso alla zona del Parco delle Basiliche, per esempio.
Perché ha scelto di ambientare il libro a Milano?
Perché la storia di Bianca e della famiglia di don Titta è legata a doppio filo ai luoghi, la città e la campagna, appunto. Le mie radici sono altrove e ho una certa dimestichezza con la campagna; tra la periferia e la città sono cresciuta, e penso di conoscerle tutte e due abbastanza bene.
Che rapporto ha con Milano?
Amo moltissimo la Milano che ti sorprende con la sua mescolanza di antico, vecchio e nuovo; a volte, nel traffico insensato e nella scarsa cura che ha invaso certi angoli, la sento ostile; penso che sia un legame ambivalente molto comune rispetto al concetto stesso di città. Quello che mi mette più tristezza è l’idea sempre più sbiadita e incerta del decoro che sembra diffondersi tra i cittadini. Se senti una cosa come tua, ti impegni a trattarla bene; non so proprio come un principio così semplice possa essere dimenticato.
Dopo i libri per bambini, questo romanzo: perché questa scelta?
Non è stata una scelta di campo; questa non era una storia per bambini fin dall’inizio, aveva bisogno di altre parole e di altri ritmi, e dunque ho cercato quei ritmi e quelle parole. D’altra parte questo è un libro con bambini, e parecchi, anche.
Oltre alla scrittura, la botanica e il giardinaggio sono materie che le interessano personalmente? Ha un orto o un fiorito balcone?
Più il giardinaggio che la botanica, direi. Ho due balconi senza piante, tengo solo delle erbe aromatiche e qualche fiorellino di stagione sul davanzale della cucina. Faccio esperimenti – tentativi, come Bianca – sul lago di Garda, in un non-giardino tra viti e olivi, con arbusti resistenti e coraggiosi.

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