LE PAROLE PESANO

41c+GcknWELDa diversamente abile a persona con disabilità, e non tutti i veli sono burqa. Un nomade, se non si sposta da anni, non è più nomade e resta Rom e basta, o semmai Sinti, un po’ di attenzione a etichettare con “matto” vari soggetti con diversi disturbi. E poi basta dire “delitto passionale” quando una donna viene uccisa, distinguere tra senza dimora e senza tetto e togliere “negro” dal vocabolario. Se è vero che non esistono parole sbagliate ma un uso sbagliato delle parole, è proprio contro questa pratica che si scaglia con precise analisi e riflessioni il bel libro “Parlare civile”. Pubblicato da Mondadori, a cura di Redattore Sociale, il volume è prezioso. E ad ogni articolo, servizio televisivo o post che viene pubblicato, la sua necessità di esistere diventa sempre più evidente. Si tratta di una sorta di “guida al comunicare senza discriminare” e passa in rassegna i principali temi a rischio di discriminazione prendendo in analisi i termini più appropriati. Dalla disabilità all’immigrazione, dal genere alla povertà e all’emarginazione senza tralasciare prostituzione, minoranze, salute mentale e religione. Per ciascuna definizione, gradita o sgradita che sia, si riflette con numeri alla mano ed esempi molto interessanti, si analizza l’uso che ne è stato fatto e l’eventuale origine ragionando anche sulle conseguenze del continuare ad utilizzare “certe parole” e non “certe altre”. Immancabile “l’alternativa meno discriminante” che ciascuno dovrebbe annotarsi in una sorta di bigino da infilare in tasca e tirare fuori spesso. E non solo i giornalisti e gli operatori della comunicazione sono i destinatari di questo libro, ma chiunque sia consapevole o voglia diventarlo, del potere di suggestione che le parole hanno. Molto più di quanto si immagini.
Se oggi se ne ha il sospetto, dopo aver letto questo volume, diventerà una certezza, ma “ci si può lavorare”.

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