LOTTA (E SPERANZA) AL KM 158

9788895731889L’INTERVISTA CON L’AUTORE  La ricostruzione dei fatti, il racconto dei protagonisti, di una vicenda emblematica nel mondo delle fabbriche italiane, quella della Jabil, a Cassina de’ Pecchi, vicino a Milano, ma, con il cuore, vicino alle tante realtà simili sparse in tutta Italia. A scriverne è un “giornalista territoriale” che ha seguito la questione: Alessandro Braga, cronista di Radio Popolare che ha incontrato i lavoratori, ha recuperato i documenti dei sindacati e con la Round Robin Editrice ha pubblicato “Km 158 – Jabil, La fabbrica dimenticata”, 114 pagine di reportage per andare oltre ai rari titoli di giornale che citano il “caso Jabil”.
Come è nata l’idea del libro? Il libro è nato da una chiamata di Stefano Milani, uno dei soci della Round Robin Editrice: voleva aprire una collana di giornalismo territoriale e voleva sapere se avevo qualche idea. Subito mi è venuta in mente la vicenda della Jabil, a mio avviso emblematica di quello che succede agli operai in Italia in questi tempi di crisi.
Come lo hai strutturato? Il libro l’ho costruito mettendo insieme parti più cronologiche, sulla storia della fabbrica, a parti più narrative, come la giornata di tentato sgombero del presidio.
Come ci hai lavorato? Conoscevo la vicenda Jabil avendola seguita per radio Popolare quindi non ci ho messo molto tempo: ho messo insieme documentazione dei sindacati, in particolare la Fiom, con articoli miei o di altri colleghi nel corso degli anni. Infine, sono andato più volte al presidio per parlare coi lavoratori e le lavoratrici in lotta.
Perché questo titolo? Km 158 è il chilometro della strada padana superiore dove c’è il presidio, a Cassina de’ Pecchi.
Che legame c’è tra quanto hai scritto e il tuo lavoro da giornalista?
Il libro e il mio lavoro quotidiano sono un tutt’uno. Da cronista racconto i fatti che accadono, e nel libro ho fatto la stessa cosa. Poi, visto che spesso sto sul territorio, è normale che le storie di crisi arrivino sempre più numerose e che un giornalista senta il dovere di raccontarle.
Che messaggio passa al lettore leggendo la storia di questa fabbrica? Credo, e spero, di aver fatto passare questo messaggio: che non si può accettare tutto senza lottare, che non bisogna mai arrendersi. Sarò poco oggettivo nel dire questo, ma credo che in Italia la classe padronale (i padroni, non i datori di lavoro come ormai si dice) faccia il buono e il cattivo tempo, solo per perseguire il profitto, fregandosene della vita di tanti uomini e donne che perdono il lavoro. Spero che questo libro possa servire perché l’esempio dei lavoratori della Jabil possa essere seguito da altri. Perché la difesa del posto di lavoro è la difesa della dignità della persona. E questi lavoratori e queste lavoratrici hanno coraggio da vendere e tanto da insegnare.

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