PREMIO LA GIARA: UN GIALLO IN TEMPI DI CRISI

Senza titolo 1L’INTERVISTA CON L’AUTORE  Uscito dal Berchet e poi dalla Statale con una tesi su Giuseppe Sacchi, uno dei padri nobili dello Statuto dei Lavoratori, Ivan Brentari a 27 anni è, con Alessandra Piccolo, una delle due penne lombarde ammesse alla finale nazionale del premio letterario “La Giara” 2013 per giovani autori di romanzi inediti,promosso dalla Rai.  Appena tornato da un viaggio, in Cina, sta già scrivendo il seguito de “La stupidità degli elefanti” che alla giuria è piaciuto per la“realistica ed avvincente descrizione di Milano” e per “buon ritmo e scrittura sciolta”.
Da quando scrivi? Questo è il tuo primo romanzo? Ho sempre scribacchiato qualcosa, sin da piccolo. Il primo romanzo di serie intenzioni, però, ho cominciato a scriverlo nel 2006: un noir ambientato a Milano, “La composizione dei contrari”. È stato un processo lungo 5 anni, circa, doloroso per certi versi, ma da quelle fatiche credo di avere imparato molto. Non ho mai pubblicato nulla e questo è il primo concorso a cui partecipo.
Cosa racconta il romanzo? “La stupidità degli elefanti” è un giallo piuttosto classico. Il protagonista è il commissario Valtorta, che si trova ad indagare contemporaneamente sulla morte di una prostituta russa e sulla scomparsa di un sindacalista, mentre sullo sfondo si agitano i fantasmi della crisi economica che tutti stiamo vivendo. Devo essere sincero, voglio molto bene a Valtorta. Per questo negli ultimi mesi sto scrivendo la sua seconda indagine: lo voglio seguire, voglio vedere dove va a finire.
Che ruolo ha Milano nel libro? E nella tua vita? Non saprei immaginare “La stupidità degli elefanti” in una città diversa da Milano. Sotto la pelle di questa metropoli si agita un romanticismo triste che credo si adatti bene alla storia che ho scritto. Io amo la mia città, ciò che più mi affascina di Milano è il suo fatalismo. Molti pensano alla Milano del lavoro, della carriera, degli straordinari, al regno dell’affermazione del sé nella società. In realtà è più un abbandonarsi ad un destino che si dà per scontato. “Si fa perché s’ha da fare”. Questa piccola disperazione fatta di consuetudini mi piace e mi interessa.
Che musica e che autori ti hanno ispirato nella scrittura? La musica è fondamentale per me, in particolare il rock e il blues, ma purtroppo riesco a fare solo una cosa alla volta. Quando scrivo, scrivo, quando ascolto musica, ascolto musica. Ci sono molti scrittori che apprezzo, dovendone scegliere due direi Raymond Chandler e Franz Kafka.
E se dal tuo libro girassero un film? Sarei molto curioso di vedere il risultato. Ho un approccio cinematografico alla scrittura: prima visualizzo la scena nella mia mente e poi la descrivo, come in una sceneggiatura. Cerco di utilizzare la quantità di parole minima, non voglio imporre la mia visione a chi legge. Mi piace che le cose che scrivo siano modificate dalla sensibilità delle altre persone e diventino altro da ciò che avevo immaginato.

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