L’EBRAISMO IN TAVOLA

fotoUn colloquio in bermuda con il capo del “consistoire de Paris”, le campane e il bollito veneto, le aringhe nostalgiche cucinate ad hoc, la discussione della tesi di venerdì sera, un monaco silenzioso e antifascista, le opere di Marx da non leggere: tante immagini intense e suggestive da destra, dove siede Vittorino Andreoli, e da sinistra, dove siede Haim Baharier, L’uomo della domenica e l’uomo del sabato.  Andrée Ruth Shammah li ha messi a capotavola entrambi di uno sontuoso tavolo imbandito di frutta di ogni stagione sul palco del suo teatro, il Parenti, sabato sera, per l’anteprima di “Jewish in the city”.  Oltre 700 persone in sala, su gradini e sedie Ikea improvvisate, e ancora altre nel foyer ad accontentarsi, senza borbottare, di seguire il dialogo tra i due psicanalisti in streaming. Anche così arriva il messaggio: “Lo shabbat non è una domenica che capita di sabato”, titolo della serata.  Tutti convinti, a fine incontro, con impresso nella mente l’appello di Andreoli sulla “Necessità di un ebraismo di oggi per non fermarsi al ricordo del passato. Una cultura ebraica più presente e più comprensibile, oggi”. Baharier, da parte sua, non si è contratto davanti alle braccia aperte del collega con cui diverse volte si è abbracciato, tra grappoli d’uva, pesche e arance. Per lo psicoanalista francese di origini polacche “urge una autentica riflessione. Per tutti, in primis per la stessa comunità ebraica” e, rivolgendosi a quella milanese che occupava parte della platea, ha concluso: “Non c’è nessuna vergogna ad imparare. A conoscere di più la nostra cultura”.  Così, tra conoscersi e farsi conoscere, gli inviti e gli inchini reciproci tra Baharier e Andreoli si sono alternati sul palco con una abilissima Shammah a dirigere questa orchestra di suoni anche stridenti. Le critiche alle encicliche dei due papi prima di Francesco, ma anche ad una interpretazione dello sabbath come “imprigionante, con tanti no che trasmettono arretratezza e chiusura”. AL contrario può essere visto come “un indietreggiamento delle autorità per dare libertà ad un popolo” e “un momento di ascolto dell’interiorità del mondo”.  Non è emersa una netta contrapposizione tra le due voci della serata, non un “sabato contro domenica, cattolicesimo opposto a ebraismo”: il dialogo, acceso, è bensì tra chi si vuole mettere in discussione e chi no. In questo senso, dal palco, sono arrivate due voci all’unisono verso un pubblico che non ha perso una battuta.  Seguendo con una ruga di concentrazione le dissertazioni più teoriche – sulla “gerarchia ecclesiastica che obbliga a passare per prelati e arcivescovi per parlare a Dio”, o su una Italia in cui “c’è una cultura dominante, religiosa, e poi qualche cultura tollerata” – gli spettatori hanno poi riso stendendo con gli aneddoti quasi cinematografici che i due protagonisti hanno raccontato camminando davanti alla frutta, gesticolando con una bravura da attori.  Ecco allora il 13enne Haim iscritto ad un prestigioso liceo di Parigi alle prese con il sabato di scuola in conflitto con lo Shabbat e le sue vicende di ebreo francese di origine polacca. Non meno coreografici i ricordi di Vittorino, delle sue domeniche di guerra che erano “il giorno in cui ci si lavava e ogni tanto si mangiava il bollito” e quelle trascorse in un monastero sul lago di Garda dove suo padre si nascondeva avvolgendosi in una tunica bianca perché troppo antifascista. “E così per me la domenica non è giorno di preti, ma giorno di monaci”.  Uscendo, va a ruba il programma cartaceo della rassegna in partenza oggi, domenica, ma partita un po’ già sabato, ieri. Il tema della serata si ripropone: sabato o domenica? A pochi minuti dalla mezzanotte dal palco è arrivata la parola “magica” per sciogliere il dilemma: ascolto. Il programma delle occasioni in cui esercitarlo è on line

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