MILANO DA RICORDARE

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 L’INTERVISTA CON L’AUTORE  Ha raccolto proverbi, modi di dire, vecchie storie carpite a genitori e nonni e poi si è messo sui libri a scovare approfondimenti sulle vicende dell’epoca napoleonica, risorgimentale o sulle guerre mondiali, sfogliano anche le cronache della Milano “noir” tratte dalla stampa. Ha studiato e soprattutto amato tutto questo patrimonio meneghino e ne ha scelto la parte migliore proponendola a tutti in una bella guida curiosa e pratica, frizzante e molto accattivante. Lui è Daniele Carozzi e il suo nome in copertina si associa al titolo “La Ghita del Carrobbio”, pubblicato dalla casa editrice Edizioni Meravigli. Sfogliamo con questo autore la raccolta di storie e leggende.

Qual è la scoperta più sorprendente in questo libro? C’è l’imbarazzo della scelta. Come non rimanere affascinati dalla misteriosa “Dama nera” che si aggirava di notte al parco Sempione ammaliando i passanti? Ma anche stupiti dalla travagliata avventura di Ghita, tormentata dal potente di turno con intuibili mire, o commossi per il dramma di Pier Carlo che salva il suo amato asinello dalla macelleria, giusto per citarne alcune. C’è anche il candido Mazzini, che sognava di inviare il segnale dell’insurrezione agli studenti di Pavia accendendo un grande fuoco sulla guglia del Duomo. In febbraio, e magari con quel bel nebbione tutto meneghino…

E l’uomo che più l’ha colpita? Il crudele Bernabò Visconti, che intriga e distrugge parte della famiglia del nipote Gian Galeazzo, ma che poi viene da questo arrestato e messo in gattabuia. Citerei anche il povero Giuseppe Prina, ministro delle Finanze del Regno Italico e linciato dai milanesi perché incolpato di aver voluto aumentare le tasse. In realtà era innocente, onesto e capace, ma chi si occupa di tasse e finanze non risulta mai troppo simpatico. Mi dicono che ciò accada ancor oggi…

E una donna leggendaria? La “Tosa”, che in milanese significa ragazza, fanciulla. Ma anche “tosata”, come una legge imponeva di fare alle donne che si dedicavano alla più antica professione del mondo. Mostrando le sue grazie, proprio una di queste meretrici riuscì a distrarre la soldataglia del Barbarossa che assediava Milano nel 1161, consentendo ai cittadini di tentare una sortita. Andò comunque male e Milano venne rasa al suolo, ma i milanesi non scordarono la coraggiosa ragazza. E su una delle porte della città (appunto Porta Tosa, poi divenuta porta Vittoria) scolpirono la sua effige nell’atto di sollevare la tunica e mostrare le intimità. Ritenuto osceno da Carlo Borromeo, il bassorilievo venne rimosso ed è ora custodito nel Museo d’Arte Antica del castello Sforzesco.

Storie di periferia: la più curiosa? E’ significativa quella di Bruno Brancher: nato sul Naviglio, ladro e scavezzacollo fin da giovanissimo, passa alla cronaca per aver rubato la bicicletta di Fausto Coppi. Affiliato alla “ligera” e dedito a furti e rapine, fugge in Francia per poi tornare nelle patrie galere milanesi. In carcere si lascia infatuare dalla fede politica e lo chiamano “falce e grimaldello”. Con la vecchiaia si farà saggio e dirà ai giovani: “ Dass de fàa, che el doman l’è mej de incoeu”.

Da cosa nasce il suo amore per la cultura e le tradizioni di Milano? Milano è come una bella donna molto riservata e seduce solo chi vuole scoprirla nei suoi bei palazzi, nella sua arte e musica, nella sua storia, nei suoi stupendi giardini e nei preziosi, quanto nascosti, reperti archeologici. I veri milanesi amano la sobrietà, il senso del dovere, il lavoro, la concretezza, la generosità silenziosa, quanto detestano il piangersi addosso, il vociare inutile, i salamelecchi, il melodramma.

E per la Lombardia? Basta guardare i nostri stupendi laghi e fiumi, le colline, le montagne e la sua gente infaticabile che non si è mai arresa davanti a nessuna malversità degli uomini o della natura.

Milano rischia di perdere la memoria? Negli ultimi decenni Milano ha perso il suo dialetto, le sue tradizioni, le sue abitudini di vita, la sua alacrità, la cura di strade e palazzi. E’ una babele di idiomi e di comportamenti che, fagocitati in un lasso di tempo troppo breve, l’hanno trasfigurata e ubriacata. Ora è anonima, acefala, lassa, incolore. Insomma ha barattato la sua anima con un internazionalismo sciatto e affrettato. L’unica milanesità che ancora sopravvive sta nel fatto che se a Milano hai un’idea fattibile, pragmatica e innovativa, la città ti ascolta e ti incoraggia a realizzarla. E’ il sogno “milanese”. Ma fino a quando durerà?

Come evitare il declino? Impossibile. Per impedirlo si dovrebbe far conoscere e capire la sua storia e la sua filosofia di vita. Ma sia ai giovani milanesi che ai cittadini di “importazione”, questo non interessa. Pessimista? No, realista.

LIBRI AMICI  La Milan del missée Romeo , Milano ‘opera omnia’

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