LA FABBRICA DEL PANICO

Cover-La-fabbrica-del-panico“Mi ero ripromesso di riferire la storia di mio padre e degli uomini con cui ha lavorato per decenni dentro la fabbrica. Ma è impossibile parlare di qualcosa che non siano le sue sofferenze e le mie”. Morte privata e morte pubblica, un libro bianco, di denuncia, e un libro nero, di dolore intimo: “La fabbrica del panico” riesce ad essere entrambi e in maniera eccellente mettendo in luce un esordiente come Stefano Valenti che sceglie di pescare dalla propria autobiografia la materia per il suo primo libro.
L’autore, pubblicato da Feltrinelli, entra in fabbrica, nella Breda Fucine (Sesto San Giovanni), con gli occhi del padre e racconta le morti per amianto di numerosi operai. La sostanza veniva massicciamente impiegata in questa “fabbrica del panico”, ci sono stati anche due processi contro ex dirigenti della Breda, accusati di omicidio colposo; il primo processo si è concluso con l’assoluzione di due dirigenti, il secondo con tre assoluzioni e nove prescrizioni.
Ecco quindi la denuncia, la cronaca, la storia raccontata da un figlio che fa un grande esercizio di lucidità per testimoniare cosa è accaduto dove oggi, a pochi passi da Milano, sorge tutt’altro. Il nome Breda evoca un’archeologia industriale quasi nostalgicamente gradevole. I cittadini “storici” del quartiere hanno dimenticato o forse solo accantonato, quelli nuovi, giovani e di radici diverse, non scavano, vivono in superficie dove le strade si sono riempite di locali e il quartiere è magicamente rinato.
Questo è il Valenti “pubblico” che nel libro compare inscindibile con il privato nascosto in righe che stillano dolore e sofferenza. L’uomo di fabbrica si sovrappone ad un uomo che tira pietre piatte sull’acqua e dipinge, e con ogni pennellata cerca di cancellare il male per trovare un riscatto. Il padre-operaio è diventato padre-pittore, si è ritirato nella valle da dove era sceso per inabissarsi nell’inferno della Breda, e lì aspetta di morire, dipingendo tele, mentre il figlio ha ereditato un panico che lo inchioda al chiuso, in casa. Da un nido di dolore domestico che lo imprigiona, Valenti osserva l’esilio finale del padre e viaggia con la mente a ritroso facendo nascere “La fabbrica del panico”.

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