TUFFARSI PER RISALIRE

153_nuotatoreL’INTERVISTA CON L’AUTORE  Storia di un tuffo. Storia di un ragazzino che con il suo allenatore e il resto della squadra in riva a uno stagno nato in una vecchia cava, deve tuffarsi da un trampolino. Il nuotatore è qualcosa di più e qualcosa di diverso. Pubblicato da Orecchio Acerbo, creato da Paolo Cognetti (P) e Mara Cerri (M) in una staffetta di parole ed immagini, il libro racconta i timori di chi non ama le profondità e non sa nuotare, sia letteralmente sia in modo figurato, fino ad un tuffo finale, al contrario, quando il protagonista stringe in pugno il suo coraggio e guizza verso la superficie e verso il risveglio.

Come è nata l’idea di collaborare?
P: Goffredo Fofi, che fin dai nostri esordi ci ha un po’ adottati, a un certo punto ci ha chiusi in una stanza e ha detto: Mara, questo è Paolo; Paolo, questa è Mara; adesso fate voi.
M: Ci siamo incontrati nel 2008, abbiamo sentito di condividere qualcosa di poco tangibile . Uno sguardo rivolto al mistero, e il desiderio di dedicarsi al racconto con il viso immerso in quel cono d’ombra. E’ iniziato uno scambio di mail: io spedivo a Paolo alcuni disegni, lui li incollava sui suoi quaderni e a volte mi spediva pezzetti di vita di Sofia. Così i nostri mondi immaginari iniziavano ad avvicinarsi e in qualche modo il ragazzo del nostro libro stava già formandosi nei suoi caratteri androgini e anfibi.
mara1Quanto e come avete lavorato al progetto?
P: Sporadicamente e lentamente per un paio d’anni. Il racconto del sogno c’era quasi tutto fin dall’inizio, anche se poi è cambiato un po’. Mara ogni tanto mi mandava un disegno: corpi di ragazzini, quei corpi bianchi, ossuti, goffi, quasi corpi d’uccelli caduti dal nido, che si vedono quando loro si spogliano sulla riva dello stagno. Io le mandavo racconti che mi sembrava dialogassero col nostro: “Per sempre lassù” di David Foster Wallace, o “I pescatori di perle” di Karen Blixen. Poi quasi di colpo abbiamo deciso di chiuderlo, come se tante cose seminate fossero giunte a maturazione: ci siamo visti e dopo un mesetto il libro era finito.
M: Paolo aveva steso una bozza di racconto e poi mi è stato vicino indicandomi alcune letture che mi hanno aiutato a vedere meglio. E’ stato paziente, rispettoso e lucido…tanto che io mio mi sono concessa il lusso di perdermi qualche volta.
Cosa vi resta dell’esperienza?
P: Un’amica e un libro! Che cosa vuoi di più?
M: Un’amicizia. E basi solide per future collaborazioni.
E’ la prima volta che lavorate in questo modo?
P: Mi è successo qualcosa di simile con Alessandro Gottardo, che ha illustrato due mie copertine per minimum fax. In quel caso era un disegno solo, ma il processo per arrivarci non è stato tanto diverso.
M: Avevo alle spalle due anni di collaborazione stretta con Magda Guidi, autrice di cinema d’animazione con la quale ho realizzato il corto “Via Curiel 8”. Ma è stato naturalmente uno scambio diverso, perché io e Magda siamo entrambe disegnatrici. Anche con l’editore Orecchio Acerbo c’è un rapporto importante. In questo libro ha cucito insieme il lavoro mio e di Paolo ,utilizzando le possibilità narrative della grafica .
mara2Un aneddoto da raccontarci?
P: A un certo punto Mara è impazzita e si è messa a rovinare tutto con degli assurdi filtri di photoshop. Dove invece l’essere materico è proprio una delle qualità più grandi dei suoi disegni: quando li guardi ti viene voglia di toccarli e annusarli. Ma lei aveva preso questa deriva digitale autolesionista. Ci abbiamo messo un po’ a farla tornare indietro, segretamente eravamo d’accordo di usare le tavole originali anche contro la sua volontà.
M: Ci siamo incontrati a Milano nel gennaio 2012 al parco delle Cave. Gli alberi attorno al lago erano spogli e il cielo bianco e lì abbiamo deciso che doveva essere così anche nella nostra storia. E un altro ricordo: il giorno in cui ho disegnato lo sguardo tra l’allenatore e il ragazzo ero terrorizzata per un episodio che riguarda una carissima amica, Mi sono sentita come il ragazzo che ha paura di tuffarsi. Io avevo il terrore di saltare nella vita adulta.
Dalla versione iniziale a quella finale cosa è cambiato?
P: Ho tolto un sacco di parole! All’inizio ogni scena era descritta per filo e per segno, ma più Mara disegnava e più le parole si cancellavano da sole, perché veniva meno la loro necessità. Ora, se ci fai caso, via via le parole si diradano e a un certo punto spariscono del tutto; è come se la mia storia passasse una pagina dopo l’altra nelle mani di Mara, il mio linguaggio cedesse il passo al suo. Sai come quando i musicisti si passano la parola uno con l’altro? C’è l’assolo di batteria e poi quello di basso e poi quello di chitarra e poi riprendono a suonare tutti insieme. Ecco, una cosa del genere.                                                                              M: Adesso c’è l’odore della carta.                                                                                      Mara, “Il nuotatore avrebbe potuto essere un libro senza parole?  Le parole di Paolo sono dentro ogni segno, sono presenti anche nelle pagine di sola china e pastelli. Sono le parole con cui Paolo mi ha accompagnata nel dipanarsi della storia e senza le quali non avrei mai realizzato questi disegni. Avremmo potuto intrecciarci ancora e ancora fino a tradurre ogni parola, ma a un tratto è stato chiaro che non lo volevamo: sarebbe stato rinunciare al riverbero che la parola scritta lascia sul disegno quando ci entri dentro dopo averla pronunciata anche solo nella mente.                                                              Paolo, dici che conosciuta Mara “Mi sembrò di ritrovare una vecchia amica”, come mai?                                                                 Perché noi due siamo coetanei e ci assomigliamo molto. Siamo stati bambini allevati “in cameretta”: figli della piccola borghesia e di un’epoca, gli anni Ottanta, che ha fatto molti danni. Condividiamo un senso di solitudine, certe paure e smarrimenti generazionali, ma anche una specie di ipersensibilità, secondo me, che da una parte ci rende fragili come tazzine di porcellana, ma dall’altra ci permette di volerci bene. Siamo timidi. A volte buchiamo questa timidezza con degli slanci di affetto un po’ infantili. Nel libro penso che tutto questo ci sia, appena sotto la superficie.                                                                      Scrivi sul tuo blog che sei GRATO a questo libro: in che senso?       Mi sento come se non l’avessi fatto io, ma mi fosse stato donato. Non mi è costato nessuna sofferenza. Gli altri sì, e secondo me in qualche modo quella sofferenza la tradiscono; questo è proprio un libro felice.                                             E’ la prima volta, Paolo, che scrivi un libro per l’infanzia?              Ma io mica l’ho scritto per l’infanzia! Avevamo voglia di fare un libro insieme, Mara e io, e non ci siamo mai detti che sarebbe stato un libro per bambini. Infatti non sono per niente sicuro che lo sia, benché un bambino possa capirlo perfettamente. Mi è piaciuto scriverlo e lo rifarò senz’altro, se posso.

ALTRI LIBRI DI PAOLO COGNETTI  Sofia si veste sempre di nero  , Il ragazzo selvatico 

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