ANNI LIBERI A MILANO

caniL’INTERVISTA CON L’AUTORE  Oggi, “forse perché con l’età sono diventata un po’ più tollerante, mi sono un po’ riconciliata” con Milano, con ciò che è diventata dagli anni ’80 in poi: Francesca Caminoli lo ammette, per anni non l’ha capita e l’ha disprezzata, dalla sua casa in Toscana. Quella degli anni ’60 e ’70, invece, vissuta in prima persona, da giornalista, oltretutto, l’ha raccontata nel libro “C’erano anche i cani” pubblicato da Jaca Book nella collana Mondi letterari.

Come è nato questo tuo ultimo libro? In verità questo sarebbe il mio primo libro, lo scrissi una ventina di anni fa, più una prova con me stessa che altro. Recentemente ho ritrovato il manoscritto e ho pensato che, lavorandoci sopra parecchio, avrebbe potuto diventare un buon racconto su quegli anni, tra il ’60 e ’70, che sono sempre stati descritti come anni di piombo, lasciando quasi completamente da parte, quasi ce ne si vergognasse, il lato gioioso, la sensazione di grande libertà, la divertente vita collettiva. Così l’ho ripreso in mano. Il fatto di aver lasciato passare così tanto tempo, mi ha dato il coraggio, dopo altri quattro libri pubblicati nel frattempo, di non aver più timore di “sporcarmi” anche un po’ autobiograficamente.

Come mai al centro ha messo i cani? Penso che, inconsciamente, i cani siano stati un escamotage per non cadere troppo nell’autobiografico da cui ho sempre cercato di tenermi distante. Spesso, nei racconti, sono proprio loro che provocano o fermano delle azioni, obbligano ad alcune scelte piuttosto che altre.

Che rapporto hai e hai avuto in passato con Milano? Da più di trent’anni non ci vivo: lasciai la città e il mio lavoro di giornalista in periodici e quotidiani, per andare a vivere nella campagna lucchese. Ora, da una decina di anni, vivo a Lucca città. Non ho mai rimpianto Milano. Nei primi tempi anzi mi sentivo molto lontana da come stava diventando la città, erano i famosi anni ’80, la Milano da bere che proprio non mi piaceva. Non la riconoscevo più. Per me una città non è fatta dalle case ma dai cittadini e i milanesi mi sembravano sempre più nevrotici, mondani, tutti vestiti di nero, le donne tutte uguali, con i capelli biondi, le bocche rifatte e severi tailleur. Quando ci andavo mi sentivo a disagio. Pensavo anche che Milano se la “tirasse” molto, così succube della moda, ma in fondo mi sembrava una città di provincia.

Da molti anni collabori con un progetto in Nicaragua: di cosa si tratta? Si chiama “Los Quinchos” e si occupa di bambini/e, ragazzi/e di strada. E’ stato fondato 23 anni fa da un’italiana, Zelinda Roccia, sarda, che tuttora lo dirige e vive lì. I primi anni facevo con in ragazzi un giornalino con argomenti scelti da loro, sono tornata così, dopo molti anni, a rifare la giornalista in un modo un po’ diverso.

Oltre al giornale come hai partecipato? Qualche anno fa con il ricavato dalla vendita delle stampe di mio figlio – bravissimo pittore morto a soli 26 anni – abbiamo restaurato una casa nella piazza del barrio di San Marcos ed è lì che la sede principale del progetto. Abbiamo aperto una piccola scuola di pittura. La scuola non funziona sempre ma la casa è sempre aperta e viva. Ora c’è anche una biblioteca, un centro internet, un forno per fare il pane, un’osteria e pizzeria italiana mandata avanti dai ragazzi del progetto, che così cominciano ad autofinanziarsi.

Chi sostiene il progetto? Quanti sono i ragazzi coinvolti? Il progetto è sostenuto da comitati di base italiani e di altri paesi. E’ diviso tra varie sedi, il filtro a Managua, due sedi a San Marcos, una a Granada e una a Posoltega, nel nord del paese. Assiste circa 250 tra maschi e femmine, che vivono nelle casette del progetto e frequentano le scuole pubbliche. Fanno poi molte altre attività, dalla danza alla musica, dalla ceramica alle amache, dall’occuparsi dell’orto e degli animali fino a fare gli artisti del circo. Qualcuno si è laureato, qualcuno lavora nel progetto che è in mano ai più grandi, altri fanno i mestieri più diversi, alcuni, purtroppo, tornano anche in strada. (www.losquinchos.it.)

Quali sono i suoi progetti futuri? Un altro libro? O il Nicaragua? Ho in mente dei libri, uno anche che ha a che fare proprio con il Nicaragua, anche se non direttamente con la mia esperienza. Appena potrò, comincerò. Non mi sento esattamente una scrittrice, solo una persona che scrive quando le viene in mente una storia. Non mi piace sentirmi fissata dentro un solo ruolo che ti definisce: sono anche una madre, una nonna, una figlia, una sorella, una cuoca piuttosto brava, una pigra, una attiva, una sciatrice, una perditempo, una organizzata, una che va in Nicaragua, una che legge libri importanti, vede buoni film ma, a volte, anche stupidi spettacoli televisivi, una che rimane a lungo con la testa tra le nuvole.

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