L’INFERNO A SAN VITTORE, 70 ANNI FA

petaliSei petali di cemento armato che racchiudono ancora oggi storie di sofferenza e dolore, ma che, se possibile, settant’anni fa furono il teatro di una ancor più straziante storia che coinvolse migliaia di persone. E’ il carcere di San Vittore che ‘nei 600 giorni di Salò’, tra il 1943 e il 1945, occupato dalle truppe tedesche, divenne un vero e proprio campo di concentramento in cui i nazifascisti imprigionarono migliaia di milanesi, ebrei e oppositori. Una storia che Antonio Quatela, che di mestiere insegna Storia nei licei, racconta nel libro ‘Sei petali di sbarre e cemento’ (Mursia). Il titolo, dalla forma del carcere di San Vittore, che con i suoi bracci, visto dall’alto, ricorda una margherita con sei petali, richiama il senso di prigionia e oppressione, la cappa di violenza e spietatezza che tra le mura del carcere, dal 12 settembre 1943 nella disponibilità degli occupanti nazisti – con il placet della Repubblica sociale -, prese forma in due terribili e lunghissimi anni. Nel settore ‘affidato’ ai tedeschi, Quatela racconta il volto delle ‘belve’, i vari gradi militari che si susseguirono nella gestione del carcere, come il caporalmaggiore Franz Staltmayer, noto per le aggressioni a calci e scudisciate contro i prigionieri, soprannominato ‘la Belva’ o il ‘Porcaro’. Gesta ricordate con testimonianze che e restituiscono il clima di terrore in cui vivevano i detenuti, come spiegano le parole della giovanissima Miriam Romanin, ebrea detenuta con l’intera famiglia al quinto raggio (cosiddetto ‘girone degli impiccati’, gestito dalla Gestapo) che ebbe a dire, invocando una bomba d’aereo come un grido disperato: “Colpisci il carcere, facci morire tutti sotto le macerie”. Sono le voci minuziosamente raccolte da Quatela, come in un diario collettivo, a dare la forza al libro, episodi singoli che ricostruiscono un’aberrante storia collettiva. Un’altra storia: Ferruccio Parri incarcerato il 2 gennaio 1945 con la moglie, nel giorno del loro anniversario di nozze e accolto a San Vittore con una gragnuola di calci di scarponi chiodati. Si affastellano nel racconto le voci delle vittime mentre si fanno strada lampi di umanità, gesti di carità delle suore e fraternità tra prigionieri, ma anche le buone azioni di secondini italiani, come la guardia Marco Dessì che, nei limiti del possibile, cercava di aiutare e alleviare la sofferenza dei prigionieri. Don Giovanni Barbareschi è un giovane prete impegnato nel salvare antifascisti italiani ed ebrei perseguitati. Per questo suo impegno il 15 agosto del 1944 viene arrestato. Incarcerato a San Vittore e sottoposto a durissimi interrogatori, racconta: “Sono entrato a San Vittore che amavo la vita, ero un giovane di 22 anni e mezzo, ma voglio anche dirvi che sono uscito da San Vittore innamorato della vita, perché in quel carcere ho imparato i valori più veri, fondamentali, esistenziali per la mia vita”. “Ho compreso – ha detto ancora don Barbareschi ricordando la prigionia – cosa vuol dire fraternità, cosa vuol dire solidarietà, valori essenziali di una vita umana”. Sei petali di cemento che Quatela invita a non dimenticare, ieri come oggi, per dare forza e sostanza a una memoria che si nutre e deve continuare a farlo di libri come questo.

LIBRI AMICI  La Resistenza dei Puecher ,  Pippo vola sulla città , Questa storia mi ha cambiato la vita 

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