LA LEZIONE DELLA BOVISA

downloadL’INTERVISTA CON L’AUTORE  “Allora, non mangio con la scrittura, ma in controtendenza con i miei coetanei ho un lavoro fisso, quindi non mi posso lamentare. Scrivo in maniera regolare, che fa un gran bene: collaboro sia con la rivista di racconti online “L’inquieto“, sia con Giovio 15, un bizzarro gruppo di scrittori attori teatranti e registi, e tramite loro  sto un po’ scoprendo il mondo del teatro. Ho persino scritto un monologo, ed ora sto capendo, con il loro aiuto, come portarlo in scena”. Così si auto-presenta l’autore di un auto-pubblicato e auto-distribuito libro tutto dedicato ad un quartiere di Milano auto-scoperto 5 anni fa sa Stefano Pellegrini. “Tutto quello che mi serve veramente sapere l’ho imparato in Bovisa”.  Pellegrini non analizza né descrive la società, il quartiere o i suoi abitanti, ma regala momenti della sua semplice e trasparente esistenza, “sua” e “sua” del quartiere. Momenti che emozionano come a viverli di persona, con una genuinità che influenza anche una nuova visione possibile di una nuova Bovisa possibile. Non mancano i cliché – la modella straniera e il milanese “figo” che freme per sfoderare il suo inglese nel darle indicazioni per il Duomo – ma a prevalere, sia nei testi sia nelle fotografie, è una forte attenzione per gli ultimi, per le esistenze nuvolose, per i particolari edilizi e sociali. In fondo, la Bovisa, è dove “girando l’angolo si può trovare una fontanella aperta quando hai sete e qualcuno che dice ‘bevi prima tu'”, è il quartiere delle “coincidenze organizzate”, “dell’esperienza definitiva della periferia” dove ammirare il sole che tramonta su TeleLombardia dal settimo piano bevendo una birra del Penny.

Come è nato il libro? In maniera piuttosto spontanea. Poco dopo essermi trasferito in Bovisa, ho cominciato a notare cose bizzarre: la mattina, sulla strada per andare a lavoro, fogli di carta con dei creativi messaggi d’amore per una certa Barbara, un coro d’opera cantare il “Carmina Burana” in un seminterrato, la gigantesca Cicogna di metallo che si affaccia dall’ingresso del mio condominio… Ho cominciate ad appuntarmi queste cose bizzarre e quando hanno incominciato a fare un bel mucchio, “perché non tirarci fuori un libro?”.

C’era dietro un intento? Ogni volta che dicevo che vivevo in Bovisa, i più educati mi rispondevano con un “Ah”, gli altri con “Che postaccio!”. Dopo l’impatto iniziale, ho visto un realtà quasi paesana, qualcosa di completamente diverso da ciò che mi raccontavano gli altri, o la televisione e i giornali. Così mi è venuto voglia di contro-raccontare. Le vecchiette che recitano il rosario, ad esempio, i bambini che giocano la sera in piazza Schiavone, il piccolo macellaio che adotta signori anziani perché non hanno un posto dove passare la giornata.

Hai un desiderio personale per il futuro del quartiere? Il fascino di  Bovisa deriva essenzialmente da questo suo essere contemporaneamente periferia vera, quella del cemento e dell’immigrazione, e paese nella città. Spero che questo equilibrio non si sposti troppo fino a raggiungere la periferia invivibile, ma ne sto intravedendo i segni.

In quanto tempo hai scritto il libro e come ci hai lavorato, tra testi e foto? L’ho scritto 5 anni fa, in qualche mese. Alcuni testi sono nati prima delle fotografie, ma siccome il mio co-inquilino, Giancarlo Mongelli, era fotografo, l’ho coinvolto. Abbiamo così iniziato ad aggirarci per il quartiere e semplicemente guardare. Se notavamo qualcosa di curioso, o che ci affascinava, lui scattava la foto, e io cominciavo ad abbozzare il testo. Una volta, ad esempio, ci siamo ritrovati davanti ad un cancello nero con il simbolo dei pirati sopra: era ciò che restava del  Mala Manera, un centro sociale sorto su un ex deposito ferroviario, e poi distrutto fino a lasciarne solo le ossa. Giancarlo ha fatto click, e così il mio cervello.

Hai fatto fatica per pubblicarlo? Per la pubblicazione ci abbiamo provato ma abbiamo presto rinunciato. Era evidente che editori anche piccoli non erano interessati. Siamo presto arrivati all’auto-pubblicazione e all’auto-distribuzione: lo stampiamo e lo portiamo direttamente a edicole e librerie del quartiere.

Che commenti ha suscitato? Ha avuto un discreto successo. Ricevo ancora telefonate di librerie ed edicole che ne chiedono altre copie. Una volta mentre stavo consegnando dei libri, ho incontrato una ragazza che stava cercando proprio il mio. “No!” ha esclamato “E se ero venuta a comprare il Codice Da Vinci incontravo Dan Brown?”.

Ti sei arreso a pubblicare con una casa editrice? No, mi piacerebbe, per portare il libro fuori dal quartiere, nelle librerie del resto di Milano. Di recente ne ho contattata una specializzata sulla città che mi sembrava potesse essere interessata: ci hanno essenzialmente risposto “Avete venduto troppo, non ci interessa”.

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