UNA MILANO DEL DIAVOLO

9788867402762L’INTERVISTA CON L’AUTORE  Federico Fasciano, ‘nordico’, affatto milanese, rifugge la movida e la vivacità della città e, se ci ha ambientato il suo secondo romanzo “La supponenza del diavolo” ha avuto dei buoni motivi ma risalenti al 1861. Al tempo in cui “si traeva l’acqua dal pozzo in cortile, ci si lavava a secco”, al tempo in cui “la gente si arrabattava per un tozzo di pane e l’opulenza di oggi era sconosciuta”, al tempo in cui c’erano dei valori, sostituiti da quella forma di libertà che si chiama egocentrismo spinto all’estremo”. A quel tempo guarda Fasciano ed è lì che ha voluto ambientare il suo  romanzo, oltre 600 pagine di misteri, omicidi e ferocie pubblicate da Robin Edizioni. 

In quanto tempo hai scritto questo romanzo? Ci ho messo un anno e tre mesi, comprese le ricerche in Sormani.

Che riscontri hai ricevuto? Per le vendite, da contratto con la casa editrice, lo saprò dopo un anno circa dall’uscita del romanzo. Da parte delle persone che l’hanno letto, dal web, sono arrivati commenti tutti molto positivi. Spero anche sinceri…

Come lo hai “preparato” dal punto di vista dell’ambientazione? Geograficamente sono stato facilitato dal fatto di vivere nella stessa città descritta nel libro, Milano. Storicamente ho passato 3 mesi in Biblioteca Sormani a fare ricerche per l’ambientazione ottocentesca.

Che Milano 1861 hai voluto tracciare? Una Milano con un’identità ancora non ben definita, sia concretamente che a livello di percezione popolare. Una Milano pronta a lanciarsi verso nuovi orizzonti, ma ancora imprigionata nelle vecchie tradizioni. Una Milano povera, buia, fredda, teatro di mille contraddizioni.

Quali analogie ci sono tra quella e la Milano 2014? Le differenze con quella odierna sono ovviamente molteplici. Dal punto di vista urbanistico era confinata dal tracciato delle vecchie mura spagnole in quella che possiamo considerare oggi la cerchia dei Bastioni, un po’ un’antica area C. Tutto ciò che si trovava intorno, i Corpi Santi, era “periferia”, la campagna dove sorgevano le cascine rurali e prendevano vita le strade verso i paesi limitrofi.

E dal punto di vista sociale? La gente si arrabattava come poteva per un tozzo di pane. Anche allora esistevano classi sociali diverse ma erano talmente numerosi i disagi del quotidiano che la vita era dura per chiunque: si traeva l’acqua dal pozzo in cortile, ci si lavava a secco. L’opulenza di oggi, per quanto l’Italia sia in crisi, era allora sconosciuta. Per non parlare poi dei valori della società: oggi sono sostituiti da quella forma di libertà che si chiama egocentrismo spinto all’estremo.

Perché hai scelto di ambientare la storia nel 1861? E’ l’anno che sancisce la nascita definitiva del nostro Paese in quanto tale, anche se già da parecchio ci si muoveva politicamente in questa direzione. Tuttavia nei mesi che precedono tale epocale avvenimento, la situazione, sotto tutti i punti di vista è incerta. Proprio questa atmosfera, sospesa tra passato e futuro, tra instabilità e speranza, è quella che cercavo. Era come essere sospesi in un limbo, uno scenario perfetto per esprimere le due facce del libro: quella negativa (gli omicidi, la povertà del popolo, le sofferenze, il cinismo e la disillusione) e quella positiva (nuove prospettive, il progresso che avanza, l’identità di una Nazione che va formandosi, gli amori e la famiglia).

E perchè a Milano? Che rapporto hai con la città? Milano è la mia città, la conosco piuttosto bene, nonostante non nutra grande simpatia per come viene odiernamente gestita, per il clima o per l’aspetto in generale. Ho un’indole forse poco italiana e più nord europea, amo l’ordine, le regole, se intelligenti, e non mi piacciono le sorprese. Mi piace il silenzio e non la confusione. Sono introverso, non festaiolo. In sostanza quello che offre Milano mi attira poco, non escludo di poter emigrare un giorno.

Quali sono i tuoi luoghi preferiti? E quelli che ti hanno ispirato per scrivere? Quelli più antichi, direi. Il Castello Sforzesco, il Duomo, i Parchi, anche i vicoli stretti che conducono al centro. La mia mente si è abituata a scartare ciò che c’è di più moderno, almeno in sede d’ispirazione

Hai in mente un altro romanzo? Sempre a Milano? Molti mi abbiano chiesto un seguito de “La supponenza del diavolo “ ma non ho in programma un capitolo successivo, né un’altra vicenda ambientata a Milano. Almeno per ora. Sto invece lavorando su un terzo romanzo, un nuovo noir/thriller a tinte fortemente dark, che si svolge a Lindisfarne, un’isola dell’Inghilterra orientale, nel 700 dopo Cristo. Superstizioni medioevali, barbarie, invasioni vichinghe, misteriosi omicidi. La trama gioca proprio con le credenze dell’epoca, la concezione di reale e sovrannaturale della gente di allora, per cui il confine tra queste due realtà, così distanti tra loro, era piuttosto sottile.

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