DANNATI IN VIALE BLIGNY

coverCi sono luoghi che più di altri, più di monumenti e piazze storiche, raccontano la vita di una città, o almeno una parte di essa, quella di chi vive ai margini, cittadini sempre e comunque (in qualche modo ancor più di altri, come chi la città ‘soltanto’ la usa – i city users – per attività di lavoro e svago), cittadini “nonostante”. A Milano uno di questi luoghi è il condominio di viale Bligny 42. La brutale sintesi giornalistica lo ha etichettato come il ‘fortino della droga’, ma prima e oltre a questo, ‘Bligny 42’ è un luogo di vita e di vite difficili e precarie: quelle di centinaia di immigrati che qui, simbolicamente a pochi passi dall’Università Bocconi, cuore dell’eccellenza economica milanese, approdano, un porto insicuro dopo viaggi letteralmente per mare e per terra.

Andrea Staid e il suo libro ‘I dannati della metropoli’ ne raccontano le storie e ne osservano le vite. Edito da Milieu, casa editrice che sta conquistando un posto nuovo nel panorama dell’editoria cittadina portando a galla le storie della mala milanese e dei suoi protagonisti, il libro non e’ un reportage (anche se l’ampio corredo di fotografie ne fa anche un reportage), ma è un saggio di etnografia urbana, un documento di antropologia delle migrazioni e una lettura – su basi scientifiche – della marginalità delle grandi metropoli, un filone di studi che ha preso piede negli anni delle grandi urbanizzazioni. Con un capitolo dedicato alla storia del caseggiato (da abitazioni operaie nei circa 200 mini appartamenti che lo compongono, poi meta di molti emigranti dal sud, ‘base’ per gruppi della sinistra extraparlamentare negli anni ’70-80), il libro ‘chiede’ al lettore un’avvertenza: come fa l’autore-ricercatore, anche il lettore infatti deve in qualche modo spogliarsi delle proprie lenti e guardare con “osservazione partecipante” cosa succede dietro le mura scrostate di ‘Bligny 42’. Allora scoprirà le storie di immigrati che rischiano la vita, uomini e donne che lasciano i propri paesi e finiscono magari rinchiusi in un Cie, poi se ne vanno e, alcuni, arrivano in viale Bligny dove si inventano la sopravvivenza. Staid ricostruisce la complessità di un contesto dove la droga e lo spaccio sono tratti costanti, ma dove, spiega, l’immagine delle cronache è lontana dalla realtà (le voci dei residenti non sembrano avvalorare la tesi di un luogo pericoloso per il quartiere). Ecco perché, solo spogliati di lenti con cui siamo soliti osservare le persone, i comportamenti e i luoghi, spogliati forse anche delle difese che innalziamo osservando ‘lo straniero’, così si può entrare – senza paura – nel cortile di ‘Bligny 42’: riconoscendovi “storie di immediata disillusione, di rivolta, di voglia di vivere, nonostante”, come scrive nella prefazione al testo Franco La Cecla, e in qualche modo facendole nostre e sentendole pienamente parte della storia e della vita della propria città.

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