ERA UN’ALTRA STAGIONE AMORE MIO

pacchianoUna giovane disinvolta, Lo, e un professore tra l’impacciato e fuori dall’ordinario, Berto. Ma la preferita è la prima, si vede subito: una Lo che, assieme alle libertà dell’adolescenza, scopre anche quelle del periodo storico dove, per fortuna o per sorte, le è capitato di vivere. Il 1973, freddo, milanese, ma non molto rigido se come per lei esplorato partendo dal Quadrilatero della moda, esordendo con un episodio che strizza l’occhio alle “baby squillo 2014”.

Lo e Berto tracciano i due binari su cui viaggia il racconto proposto da Giovanni Pacchiano nel suo “Era un’altra stagione, amore mio”, un racconto, ambizioso ma che riesce a non essere deludente, di 40 anni di storia italiana. Non “Storia – Storia”, non solo, per lo meno. Dipende. Dipende dal lettore: ciascuno può accentuare le note che preferisce in un romanzo, edito da Piemme, che, pur avendo due e solo due protagonisti, si dimostra disponibile ad una lettura polifonica. Può essere letto come ricostruzione storica di un’epoca che ancora si fatica a trovare sui manuali di storia. Oppure, passando all’altro estremo attraverso ogni sfumatura possibile, come una storia d’amore quasi utopistica. E’ questa libertà la prima e rara soddisfazione che il lettore prova nell’approcciarsi alla lettura di Pacchiano. Cimentandosi poi nei vari capitoli, ben scritti ma non sempre agili, ci si trova ad apprezzare anche le ragnatele di citazioni che, se colpite da una luce di conoscenza o di curiosità, rivelano all’interno del libro di Piemme un universo narrativo quasi parallelo, indipendente. Film, libri, personaggi e opere musicali, celebri o meno, in Pacchiano dall’inizio alla fine sono parte integrante del racconto. Chi non è troppo impegnato a “srotolare” la storia d’amore tra i due protagonisti e legge con uno sguardo più aperto agli stimoli anche non urlati, non può non cadere nella tentazione di intraprendere piccole e grandi ricerche sui nomi citati dal saggio autore, un pozzo di conoscenza smisurata e varia.
In tutto questa esperienza narrativa, già peculiare così descritta, c’è poi la città di Milano che non manca mai di caratterizzare le scene, con la sua storia “particolare” di quegli anni, o semplicemente con la sua geografia. Oppure con la fama che, a volte più faticosamente di altre, si trascina con sé. Milano non è quasi mai reale, ma rappresentata con una altalena di stereotipi ingrati, spietati, ed elogi più dorati del necessario. Risulta però evidente il legame che l’autore mantiene con la città, intrinseco, quasi inconsapevole, forse per questo, magico.

VIDEO: L’INCONTRO CON L’AUTORE

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