IL FIORDO DI MILANO

il-fiordo-di-milano-167498Se la deve giocare con Oslo, l’ordinata e civile Oslo, stavolta, ma l’arbitro non è neutrale, come sempre, e lei vince ancora. “Lei” Milano, perché nel libro è un personaggio, vince. Vince e prende spazio, anche ad Oslo. Ecco cosa succede nel nuovo romanzo di Andrea Ferrari che, già nel titolo, anticipa l’operazione di gemellaggio e commistione tra le due metropoli: “Il fiordo di Milano”. Edito da Eclissi, nella collana de “I Dingo”, il libro si presenta come il nuovo episodio della saga del detective un po’ imbranato Brandelli e annuncia con il titolo che l’ambiente sarà ancora quasi più ingombrante della trama.

Forse, in parte, coincidente. Nelle consuetudini descritte, ad esempio, come quella di dire “la 31” perché “da noi gli autobus sono femminili, ed è il tram a fare la parte dell’uomo mentre la metropolitana è bisessuale”. Nelle fotografie della società, immigrazione compresa: “gente di passaggio, che si ferma giusto quei 10 o 15 anni prima di trovare uno straccio di permesso che gli consenta di non girare come un’ombra. Era gente agevolata, scura di pelle e nel buio si nascondeva bene. Basta che non si facesse scappare una risata”. Non ultime, nelle metamorfosi urbanistiche, in zona viale Monza, “svilita dalla mancanza del naviglio”, ad esempio, con il lifting: “riconvertita al terziario dal lunedì al venerdì e alla terza età nel week-end, e i cattivi maestri assieme ai pessimi alunni erano stati dirottati verso via Padova.
Ne “Il fiordo di Milano” Brandelli torna in patria dopo una parentesi scandinava, in parte narrata, e trova i tanti noti nemici ma non gli amici. Con i primi, immancabili ad accoglierlo anche le tante consuetudini cittadine, le sue personali, dal bar ai tragitti più frequenti, e le visioni della città. Quella del Pirellone, ad esempio, che appare all’improvviso “come una madonna di duecento metri. Così diverso e così complementare alla stazione Centrale. Un monumento alla voglia di restare al proprio posto”. O Piazzale Loreto, “nido di cemento e di torri a vetri con vecchie insegne pubblicitarie sulla sommità”, con in mezzo “una finta radura, come un toupet nella pelata di un vecchio vanesio”.
Anno201X Oslo, anno 201Y Milano: due linee parallele lungo cui due narrazioni viaggiano, in differita, unite dalla voce narrante ben nota a chi ha già letto altre opere della saga di Ferrari.
Anno 201X, anno 201Y: le coordinate di un solo “non-luogo e non-tempo” che fluttuando nell’universo narrativo creato ad hoc per questa puntata di Brandelli, regala emozioni ben definite. Sofferenza, disperazione, solitudine, ansia… tutte tinte di giallo+nero che rappresentano i generi a cui si attribuisce “I fiordo di Milano” anche se più passa il tempo dopo averlo letto più si rivela con tutto sé stesso l’esperimento letterario che è. Geografico e cronologico, oltre che narrativo E la scommessa di tenere ancora una volta i lettori legati al destino del commissario, e in attesa della “prossima puntata”.
“Che fine di merda Brandelli” è l’ultima frase del libro, prima di una pagina di note d’autore. E si è già pronti per proseguire con Brandelli in questa sua “vita di merda” che finita non è.

LIBRI AMICI  Operazione Madonnina , Un giorno a Milano

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