LA CASA DI VIA PALESTRO

La-casa-di-via-PalestroGuerra “pubblica”, ufficiale, nota a tutti, e guerra privata, per il diritto di dirsi e viversi omosessuale come lo si è. Odori, sapori e piccoli momenti di una infanzia e una adolescenza nel dopoguerra vissute dove oggi sorge l’area di servizi in appoggio al discusso aeroporto di Malpensa. Franco Buffoni racconta così la “sua Gallarate” in un sottile volume vivace e profondo, “La casa di via Palestro”, un “Marcos Ultra” della Marcos y Marcos. E’ un libro che non cede alla malinconia, il suo, ma neanche all’invettiva cattiva.Residente a Roma, ma spesso di ritorno al paese per sorseggiare il paesaggio e i conoscenti rimasti, Buffoni sa stare ben in equilibrio nel suo narrare ciò che è stato e ciò che è, passando da Mozart, prima parola del libro, a Gattuso, ultima parola. Dagli anni ’50 all’anno 2014, con tanto di scandali di calciopoli, Papa Francesco e titoli di giornale dell’altro-ieri, quasi. Ecco quindi il lettore improvvisamente interessarsi a Gallarate, insolita meta letteraria, forse più frequentata per ragioni di cronaca, bianca o nera che sia, e scoprirne odori e tradizioni. Le vie e le case, l’odore di stufato, una bicicletta appoggiata ad un muretto appartenente ad un adolescente che fu timido, associazioni cittadine culturali e non, vecchi preti, irriverenti e non. Palestre di pugilato, teatri sociali. In 150 pagine,divise in tre parti, con oltre 50 anni di storia e memorie, Buffoni è capace di emozionare e incuriosire trainandoci ad un finale che ha dell’invettiva se non politica, almeno sociale. In difesa di quella omosessualità che appare ancora non accettata, non lecita, oggi, anche a Gallarate, anche a Roma. Si sente l’eco di recenti fatti di cronaca, mai citati però, quando Buffoni parla ormai a cuore aperto, persa la timidezza del Mozart delle prime righe, in un paio di pagine che hanno quasi dell’appendice, intitolate “Sul mio onore”. Accusato di “finale brusco”, l’autore riflette scrivendo: “dopotutto che altro ho fatto in questo libro se non cercare di ricostruire una verità fattuale dentro la verità emotiva dei ricordi…(…) E chissà perché, mentre scrivo mi viene in mente quanto mi disse qualche anno fa una giovane amica scrittrice palestinese: ‘Per colpa di Sharon sono stata costretta a non uscire di casa per 3 settimane. Tre settimane chiusa dentro con mia suocera. Sharon posso perdonarlo. Mia suocera NO’”. Chi non perdona Buffoni?

 

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