DIO SE LA CAVERÀ

copertina Dio se la Caverà - Alan Poloni - Neo EdizioniL’INTERVISTA CON L’AUTORE  Storie umane tra il comico e il tragico, quelle davanti alle quali non si sa mai se assumersi il rischio di sembrare cinici, sorridendo, o troppo sensibili, disperandosi e piangendo. Ad attirare le simpatie sarà la coppia di govani amici, Dave e Nic, entrambi pesci fuor d’acqua nel’adolescenza, a divertire sarà la cronaca della riapertura di un cinema erotico e ad intristire forse un poco arriva lo scrittore che spera che un suicidio gli regali un po’ di fama in Wikipedia da cui non riesce ad essere citato. E poi, a far riflettere con amarezza, c’è il primo franchising di collegi di Augusto Loglio. In “Dio se la caverà” (Edizioni NEO), Alan Poloni, prof di lettere bergamasco, classe ’73, intreccia 4 fili, mescola risate e disperazione, assurdità e banalità, una via narrativa a curve ma di scorrevole lettura, priva di sconnessioni o balzelli. Si tratta di una strada asfaltata, e non di sanpietrini, percorsa dallo stesso autore con mano sicura, forse anche per gli esperimenti letterari non pubblicati, ma molto amati, che ha alle spalle.

Hai scritto e pubblicato altro prima di questo romanzo? Dio se la caverà è il primo romanzo che pubblico, ma non la mia prima fatica letteraria. Sono molto affezionato, tra le cose che ho scritto in passato, ad un paio di lavori: I Goti in Argentina, un romanzo per ragazzi che parla di un insegnante di storia che va fuori di testa e si mette a raccontare la storia in modo inverosimile ed i genitori vogliono cacciarlo eccetera. E poi ci sono i racconti di Insonnia 2006. Ero molto affezionato anche a Vita morte ed estratti conto di uno secondo a nessuno, ma l’ho smarrito: forse dovrei iniziare a tenere le fatiche letterarie nel cassetto.

Quando l’idea di Dio se la caverà ? Quanto tempo per scriverlo? L’ho scritto tra il 2009 e il 2011. L’idea mi è parsa subito buona: c’era un inizio e una fine e scrivere era far crescere tutto il prato nel mezzo. E’ un gran bel prato, perché nella fase germinativa si sono depositate tante cose: scene, personaggi, dialoghi, ambienti. Ma il vero impegno viene dopo, quando bisogna mettersi ad armeggiare con la sintassi.

Da esordiente come sei riuscito a farti pubblicare? Nel modo forse più semplice: ho spedito il manoscritto a una quindicina di editori medio-piccoli che mi ispiravano, tralasciando di sana pianta le major.

Che emozione, no? Pubblicare è stato magnifico, anche perché dietro NEO ci sono persone magnifiche. Se dietro NEO ci fossero state persone ignobili, pubblicare sarebbe stato ignobile. Dipende tutto da chi c’è dietro la generica parola editore.

Che musica hai ascoltato scrivendo? Poca musica, solo di tanto in tanto per isolarmi – anche se di musica è pieno il libro – altrimenti finisce per condizionare troppo la scrittura, in particolare ritmi e atmosfere.

Dove e quando lo hai scritto? Ho scritto il romanzo ritagliandomi isole nel tempo quotidiano. Ho scritto senza grandi programmi o tabelle-sono uno scrittore troppo irregolare-sapendo bene di doverci dare dentro quando la mano pulsava. Molta notte, a malincuore, perché l’ideale è scrivere di mattina. La mattina ha l’oro in bocca, come scriveva il mai troppo celebrato Jack Torrance.

Con che criterio hai scelto i vari fili narrativi? I fili narrativi sono quelli che lascio filtrare nella fase germinativa. Uso un tipo di filtro che lascia passare solo un determinato tipo di stimoli, ossia “le cose che mi interessano in quel preciso momento”. Per Dio se la caverà, gli stimoli erano quelli legati a borderline che non sospettano minimamente di esserlo.

Li hai intrecciati a tavolino o si sono intrecciati nello scrivere? E’ capitato che la storia abbia preso una piega imprevista? Per intrecciarli la cosa peggiore è farlo a tavolino, con effetto Scarabeo. Di solito si intrecciano mentre guido o mentre impugno il decespugliatore. Le pieghe impreviste sono dentro il mio modo di scrivere storie: se non ce n’è una buona manciata (ovviamente senza far andare fuori giri il motore) la storia non mi si addice.

La scuola è molto presente con le sue sempre attuali problematiche: hai voluto mandare un messaggio-denuncia? Non credo nel romanzo a tesi, scritto per dimostrare qualcosa. La scuola è presente per diversi motivi, ma essenzialmente perché è uno dei rari luoghi di incontro tra generazioni, incontro in perfetto scompenso oligarchico, tra l’altro, dove esseri umani chiamati adulti si occupano di altri esseri umani chiamati adolescenti. Mai che avvenga il contrario, purtroppo… Per vedere i più giovani che si occupano dei più vecchi bisogna aspettare l’ospizio, ma ormai è troppo tardi…

I tuoi alunni sanno che scrivi? Ti leggono? Hanno commentato questo romanzo? Sanno che scrivo, ma li ho tenuti a distanza di sicurezza da questo romanzo perché sono troppo piccoli per alcune tematiche presenti nel testo. In passato mi è capitato di leggere in classe cose più adatte a loro, come ad esempio alcuni passi del sopra citato I Goti in Argentina. Studiavo le loro reazioni a un mio racconto e le confrontavo con quelle a Mark Twain.  Esperimenti di estetica di massa.

Il tuo romanzo è definito, ed effettivamente è, “spassoso”. Ma tu ti sei divertito a scriverlo? Mi sono divertito non poco, in effetti, anche se Dio se la caverà è molto più di un libro divertente. Contiene abissi non trascurabili che non hanno mancato di inabissarmi e chissà, non mancheranno di inabissare chi legge. Su e giù. Montagne russe. Si salvi chi può. Dio se la caverà solo se non si rimetterà in testa di farsi uomo.

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