EMERGENZA ‘DI PASSAGGIO’

novecento_-_extra_-_03_milano_come_lampedusa_webCopertina “a passaporto” per grafica e formato, e in basso a destra un simulato timbro annuncia “Diritti d’autore devoluti pro emergenza profughi”. E gli altri, di diritti? E’ questa la domanda a cui le diverse voci della città danno risposta all’interno. Il progetto grafico così azzeccato è delle Officine Gutenberg che per Novecento Editore hanno così avvolto le 70 pagine di “Milano come Lampedusa?” curate dall’assessore comunale alle politiche sociali e scrittore Pierfrancesco Majorino e da Caterina Sarfatti.

 Cuore e cervello, spremuti in un compendio che sta in una mano, tutto sulla “questione sfollati”, per raccontare la tragedia di tanti corpi, tanti vivi e tanti morti, arrivati in Italia, e nello specifico a Milano, in una stazione Centrale che diventa il simbolo del transito. Nessuno si vuole fermare, la meta è il nord Europa, la Svezia è la più gettonata e c’è chi chiede un pulmino per raggiungerla, chi scruta il tabellone della stazione sperando che compaia tra le destinazioni di uno dei treni in partenza. Gli stessi treni su cui tutti sono arrivati stipati, stanchi, deboli. Per tutti si intendono gli 11.244 siriani, contati dal 18 ottobre 2013 al 2 luglio 2014, ma sono numeri che variano e aumentano ogni giorno. La cosa certa è che per un quarto si tratta di bambini. Majorino parla di “famiglie, persone apparentemente abbastanza agiate, diciamo del ceto medio. Dignitose e serene. Stanchissime”.
Passando dalla sua voce istituzionale – ma visibilmente coinvolta e realmente consapevole e testimone dei fatti – a quella di Sarfatti, che ben illustra quadri legali e burocratici – tanto da farli sembrare più chiari di quanto forse, ad applicarli, poi, non siano – si arriva agli ultimi due capitoli del libretto. Qui, a parlare, è la città. I protagonisti dell’accoglienza che affiancano il Comune, e gli accolti stessi, con la testa già in Germania, “l’unico paese che potrà darmi asilo” secondo Assad. Oppure in Svezia, dove i parenti di Mechal, ingegnere informatico, lo aspettano con la moglie e la figlia di 5 anni, Dina, che “al centro di accoglienza, qui, ha già imparato a giocare a calcio”. Sono determinati, tutti sanno di non voler restare, e Mahmud addirittura, scherzando, ma forse meno di quanto non sembri, dice che si farà intervistare solo se gli danno un pulmino pieno di benzina per arrivare a Stoccolma.
Il coro delle voci di chi a Milano accoglie e si fa in quattro per tappare i buchi o le imperfezioni delle leggi nazionali ed europee, è misto, è fatto di donne e di uomini che sono impegnati in doppia veste, personale e lavorativa. C’è l’assessore alla sicurezza Marco Granelli che ha lo sguardo calamitato dai bambini arrivati nella sua città e vuole spendere al meglio i soldi per aiutarli. C’è don Virginio Colmegna della Casa della Carità che racconta del suo auditorium riempito al volo di brande ma anche di una città composta da persone e comunità frammentate ma solidali, compresa quella cinese, che ha donato pacchi di biancheria, e quella araba, che si è trasformata in una sorta di gruppo di traduttori on demand. E’ una “Milano che reagisce” quella di cui parla Valentina Polizzi di Save the Children e anche don Roberto Davanzo della Caritas sottolinea come “malgrado tutto anche questa volta la proverbiale abilità e generosità milanese hanno saputo reagire senza piagnistei o ideologismi, rimboccandosi le maniche”. Poi, con le loro parole, ma soprattutto con i fatti, ci sono anche Farsi Prossimo e Terres des Hommes e Fondazione Progetto Arca, ciascuno in grado di raccontare migliaia di storie che transitano davanti ai loro occhi, via dall’Italia, via da Milano, una Milano che è “solo” una tappa. Come Lampedusa?

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