LA ‘FAVOLA’ DI TEO

978880621732MEDL’INTERVISTA CON L’AUTORE Tre aggettivi per se stessa: onesta, entusiasta, creativa; tre per “Teo” libro: profondo, delicato, divertente; tre per Teo persona: acuto, ottimista, generoso. Ecco le coordinate del nuovo romanzo, intitolato ‘Teo’ ed edito da Einaudi, dettate dalla sua stessa autrice, Lorenza Gentile, giovane e milanese, al suo esordio ma già dallo scrivere fluido. Soprattutto i dialoghi, data l’affinità con il teatro dettata dai suoi studi internazionali. Dalla sua penna, mescolando esperienze personali, idee balzane, presagi e fantasie involontarie, nasce un personaggio unico, Teo, che vale la pena di conoscere. Partendo dal conoscerne la sorella maggiore e creatrice, Lorenza.

Prima di Teo hai scritto altro? Molti racconti che però non ho mai cercato di pubblicare. E’ stato il modo per capire meglio la vita e sperimentare stili diversi, per trovare il mio. Avendo sempre avuto molte idee, il racconto era il modo migliore per fissarle e svilupparle su carta in un arco di tempo relativamente breve.

Poi è arrivato Teo… Poi è arrivato Teo, sì, e lì ho capito subito che il potenziale era sufficiente per sviluppare un intero romanzo. Una volta finito mi sono sentita sicura abbastanza da proporlo per una pubblicazione.

L’idea di Teo è nata da uno spunto reale o è pura fantasia? Teo è arrivato come un fulmine a ciel sereno. Non ho mai avuto dubbi su quello che avrebbe detto o fatto in qualsiasi situazione. Per me è sempre stato un bambino reale anche se in verità non esiste se non nella mia fantasia e, adesso, nelle pagine del mio romanzo. Poi, anche se le idee arrivano di punto in bianco, è necessario un terreno fertile che in qualche modo le determini. Nel caso di Teo, il terreno era pronto: il concetto di morte, di fine, di aldilà, temi su cui io stessa mi stavo interrogando. Credo quindi che Teo in fondo sia una parte di me.

Litigi in famiglia, pochi rapporti con la sorella maggiore Matilde, un ruolo marginale in classe: autobiografico? Per fortuna la mia famiglia è sempre stata unita per cui il disagio a casa non è un aspetto che ho vissuto in prima persona. Certo, i miei genitori talvolta litigavano e ricordo molto bene la sensazione di panico che mi prendeva: mi è bastato attingere dal ricordo di quelle sensazioni ed esasperarle. Quando Teo è arrivato alle porte della mia mente, era già un personaggio completo, con una storia, aveva già una famiglia disastrata, non è stata una scelta studiata. D’altra parte non poteva che essere così altrimenti non ci sarebbe stata una storia.

E la vita di classe di Teo? Lì il ruolo “a parte” ci accomuna. Fin da bambina, come Teo, mi sono sentita diversa dagli altri. Non sono mai stata esclusa, mi piaceva socializzare, ma ero io stessa spesso a isolarmi perché troppo presa dal mio mondo che era un’inesauribile fonte di divertimento. Se il ruolo di Teo in classe è marginale, però, il mio era invece trainante. L’allevamento di lumache che avevo allestito in una scatola da scarpe e portavo sempre con me, per esempio, è stato copiato da tutti.

Ti piacerebbe avere Teo come fratello minore? Faresti come sua sorella Matilde nel libro? Di fratelli minori ne ho tre. È arrivata mia sorella quando avevo nove anni e poi a ruota due fratelli gemelli maschi. Devo dire la verità: adesso li adoro ma al tempo non l’ho presa troppo bene. Sicuramente quando ho scritto Matilde mi sono ispirata un po’ a com’ero io allora. Quando sei adolescente avere tre fratellini alle elementari non è poi così divertente.

Perché hai ambientato il libro in città? Ho scelto un contesto metropolitano perché è quello che conosco meglio. Ho sempre vissuto in città e ne ho girate molte: prima Firenze, poi Milano, Londra, Parigi, Roma. Il ritmo frenetico della vita cittadina acutizza le nevrosi e favorisce l’isolamento sia dei bambini che degli adulti.

Se Teo fosse vissuto in campagna? Sarebbe stato meno turbato, avrebbe avuto delle distrazioni più sane. Perfino le cattive abitudini che prendono i bambini in campagna, come dare fuoco alle formiche o spaventare i gatti, sono sempre meglio che cercare il modo migliore per uccidersi, pur di risolvere le liti dei propri genitori. I bambini in città sono costretti a diventare grandi prima del dovuto. Teo è un bambino in tutto e per tutto cittadino.

Che rapporto hai con Milano? A Milano sono nata e ho trascorso gli anni del liceo, ci sono legata perché mi ha formato in un periodo di crescita importante, ma anche per il suo panorama culturale e multietnico.

La trovi una città “ispirante” a livello letterario? La trovo una città aperta al resto dell’Europa, piena di stranieri, di energia e di iniziative. Molte idee mi sono venute e mi vengono qui, oltre che all’estero, perché traggo ispirazione la dalla diversità. Che sia una faccia, una lingua, una cultura, un quadro che non avevo mai visto, una sfida lanciata per caso.

La battaglia di Teo è per vedere i genitori riappacificarsi, la tua? Sicuramente quella contro l’ipocrisia e la disonestà. La mia battaglia quotidiana, poi, è mirata a far riscoprire alle persone la bellezza e l’importanza della verità.

Il testo è agile e veloce, ricco di dialoghi: quanto hanno influito i tuoi studi in Arti dello Spettacolo nella scrittura? La mia passione per il teatro e i miei studi hanno influito sicuramente moltissimo. Quando ho scritto Teo ero all’università, passavo dodici ore al giorno sul palcoscenico o in platea. L’immediatezza e l’incisività del linguaggio teatrale mi è entrato dentro. Ciò che mi interessa di una buona drammaturgia è la capacità di ridurre il testo all’essenziale senza per questo rinunciare alla credibilità, alla naturalezza. E’ proprio quello che cerco di fare con la mia scrittura.

Ci faresti un film o uno spettacolo teatrale? “Teo” si presta molto sia per un film, che per uno spettacolo teatrale. Ho già ricevuto molti commenti in proposito: mi piacerebbe che si concretizzasse presto almeno una delle due strade.

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