L’ULTIMO ACUTO DEL DUCE PIEGATO

Schermata da 2014-09-08 11:50:59Una manciata di mesi, scampoli di una storia lunga oltre 20 anni, raccontati con la compassione narrativa che si deve agli sconfitti. Marco Innocenti scrive un romanzo che romanzo non è, “Una pallottola per Mussolini” (Mursia), dove la storia reale si intreccia con la finzione dei dialoghi e l’introspezione psicologica di una delle figure più ingombranti della storia italiana.

Il romanzo si snoda tra la seconda metà del 1944 e la Liberazione, con la morte del Duce deposto; a fare da spartiacque il discorso al teatro Lirico di Milano, il 16 dicembre 1944. Quel discorso che fu l’ultimo ‘acuto’ di Benito Mussolini, protagonista del libro, che troviamo nelle prime pagine amareggiato, piegato, una “dittatore dell’usato” spento dal mai digerito tradimento del 25 luglio 1943, la notte del Gran Consiglio che decretò nella sostanza la morte politica del dittatore e del suo regime. Eppure, Mussolini non è ancora sconfitto, lo è come statista, ma non come uomo: ha costruito la sua personale ambizione nel contatto inebriante con le piazze, con gli applausi e le acclamazioni, “il paganesimo della folla”, come scrive l’autore. Ne sente il bisogno: “devo dare un segnale di vita”, dice. Dalla sua Villa sul Garda, il Duce piegato riflette, si commisera, si abbandona ai ricordi, si consuma, incapace di comprendere il tradimento, lui, spavaldo, egocentrico, “il fascismo sono stato io”, non si rassegna all’umiliazione della sconfitta, né alla dignità della resa che potrebbe risparmiare altri dolori, sofferenze e morte a un popolo già stremato e diviso. E’ questo il tratto più interessante del romanzo, il Mussolini ‘privato’, la personalità dell’ex dittatore ormai sull’orlo del precipizio circondato dagli ultimi gerarchi rimastigli fedeli e da Claretta. Guida ad occhi chiusi e a qualunque costo riunirà attorno a sé alcune migliaia di persone: la voce stentorea nel teatro, la folla che lo ‘abbraccia’, la stridente realtà dei fatti a braccetto con l’indomita epica delle parole, il mantra della vittoria risuona nel teatro, svuotato di senso ma ancora energico. La lotta partigiana sullo sfondo, il comandante Visone – Giovanni Pesce – che prepara l’attentato contro il ‘mostro’ (attentato fallito) a Milano, fanno da controcanto alla caduta del fondatore dei Fasci. Ma è la Storia che si incarica di portare Mussolini al suo capolinea, dopo l’ultimo grido “senza pudore” al teatro Lirico, con la protervia di chi “spaccia l’impossibile”, è una lenta discesa verso la fine: l’amore con Claretta, le ultime giornate, la consapevolezza della sconfitta, l’amarezza della solitudine che presenta sempre il suo conto. Un ultimo guizzo disperato, il tentativo della fuga e la cattura Dongo. Ma Mussolini è già morto. Prima che il fuoco dei partigiani chiuda definitivamente un pezzo della Storia d’Italia.

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