LE QUATTRO DEL MATTINO

Aldo_Germani_le_quattro_del_mattinoL’INTERVISTA CON L’AUTORE  Tre i fili per fare una treccia e così tre le storie per fare l’intreccio. Tre anche gli anni di scritture nel cassetto per arrivare al primo “vero” libro. Il cassetto è quello dell’esordiente Aldo Germani, un ingegnere brianzolo “in incognita” perché a leggere le sue pagine gli si affibbierebbe più una laurea in filosofia o in agraria, che quella del Politecnico. Eppure convivono, in lui, queste due anime, e convivono bene, tanto da rendere il suo primo libro un romanzo da leggere tirando l’alba. Il titolo è “Le quattro del mattino” (Ex Cogita Editore), infatti, ed è quella l’ora migliore per pensare al perdono, al fare i conti con i propri errori, al bisogno di ricominciare. Almeno secondo Germani che, con questi temi fluidi, ha mescolato la solidità incerta dei tre protagonisti.

Le tue esperienze pre-romanzo? Scrivo da tre anni circa, e non ho alle spalle altre pubblicazioni. Le prime pagine scritte sono finite in un romanzo che ora sta dentro un cassetto, forse un giorno ci ritornerò. E’ un testo acerbo e molto personale, ben lontano dal diventare una storia gradevole, ma mi ha portato su una strada che non conoscevo, e gli sono grato per questo. Negli ultimi mesi, parallelamente al romanzo, ho scritto alcuni racconti pubblicati sul mio sito.

Come scrivi, quando, con quale soundtrack? Ho iniziato scrivendo intorno alla mezzanotte, su un portatile, nel silenzio più assoluto, e nei fine settimana. Quando nell’ultimo anno il lavoro ha cominciato a scarseggiare, ho potuto scrivere molto anche di giorno. Cerco di scrivere con continuità, una o due ore al giorno, mentre l’ispirazione va colta quando arriva e mi capita di appuntare idee su dei foglietti volanti che finiscono dentro una scatola.

Affatto banale e ben architettato, l’intreccio lo hai deciso a priori o man mano scrivendo? E’ nato in divenire. All’inizio avevo in mente solo l’immagine di un ragazzo che si sveglia all’improvviso su un treno senza ricordare nulla, e sapevo di voler toccare il tema dei ricordi e del male che talvolta possono fare. Poco altro. Poi man mano sono nati anche gli altri protagonisti e ho assistito io per primo all’incrociarsi delle loro vicende.

Le tue pagine sembrano intrise di rabbia: scrittura catartica? C’era molta più rabbia nel romanzo che è finito nel cassetto, ma un po’ me ne deve essere rimasta addosso, a quanto pare. Sì, è stata una scrittura catartica: sto comunque scrivendo di me, pur attraverso i personaggi di una storia totalmente inventata. Il perdono, il fare i conti con i propri errori, il bisogno di ricominciare: sono tutti temi affrontati scavando in ciò che ho vissuto. Tirarli fuori è stato inevitabilmente una liberazione.

Per il personaggio di Sofia, la giovane “vagabonda e irrequieta”, ti sei ispirato a una persona reale? No, è un personaggio totalmente inventato. Ma c’è una persona che è stata in Islanda e che vorrebbe fare un salto in Perù, insofferente alle costrizioni e un po’ controcorrente… La conosco abbastanza bene: ha scritto il libro.

Punti in comune tra te e lo “smemorato” de libro? La mia pessima memoria, appunto. E poi lo spirito con cui affronta la sua amnesia: potrebbe disperarsi e invece la vive quasi come un’avventura, provando a razionalizzare gli eventi, senza abbattersi.

E con il terzo protagonista: Leandro? Dei tre è il personaggio che meno mi assomiglia, ma gli ho assegnato caratteristiche che apprezzo molto nelle persone: un rapporto intenso con la natura, una grande manualità e la forza trascinante degli ideali.

Il libro è di relazioni umane ma c’è anche tanta natura. La narrazione vi è immersa. Che ruolo ha la natura nella tua vita? E nel tuo romanzo? Nel libro, come nella mia vita, la natura è “il posto”, “la dimensione”, il bacino inesauribile da cui attingere energia. Dirti che parlo con gli alberi non depone a mio favore, ma mi succede. Non ho il pollice verde, non ho un orto, non distinguo tra loro le piante da frutta, ma ci sono alcuni faggi a cui non riesco a restare indifferente: appoggio le mani sulla corteccia grigio chiaro e chiudo gli occhi per stare ad ascoltare ciò che han da dire. Per la natura provo un vero e proprio incanto quasi inspiegabile.

Se il libro diventasse un film a che regista lo affideresti? A Matteo Garrone o a Ferzan Ozpetek.

Hai in programma un altro libro? Sto scrivendo un nuovo romanzo. E’ stato un piacere ributtarsi su una storia in embrione e imbrattare nuovamente fogli bianchi, dopo tutto il tempo dedicato a “correggere e tagliare” pagine già scritte nella fase di editing de “Le quattro del mattino”.

Che “errori” o “scelte” non ripeteresti dell’esperienza editoriale/letteraria di “Le quattro del mattino”? La scrittura ha tempi di maturazione che non si sposano con l’impazienza di un autore esordiente, ora so che lasciare “decantare” una storia, dopo averla scritta, per un tempo più lungo, può solo giovare alla sua riscrittura. Un aspetto altrettanto importante che sto imparando a considerare è la scelta della casa editrice: si può essere comunque una piccola realtà editoriale anche curando con convinzione la promozione di un libro.

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