VOCI DALLA MEGACITY

smarrire-megacityL’INTERVISTA CON L’AUTORE  Un viaggio senza ritorno, un percorso di crescita, la cronaca di un fallimento o un romanzo simbolico: Smarrire Megacity è un intreccio narrativo liberamente interpretabile, dove affidarsi a 4 voci e con esse perdersi e ritrovarsi, vagando in una città, Milano, sempre mostrata attraverso ciò che le accade “dentro”, mai direttamente interpellata. Per un esperimento del genere, stridente e coinvolgente al tempo stesso, il giovane Marco Ferrarini ha scelto l’e-book (Prospero Editore).

Quando hai scritto Smarrire Megacity? Come e quando “hai sentito” le 4 voci contenute? La prima è nata anni fa in un percorso di scrittura collettiva, nel costruire la struttura “acustica” di Megacity, l’ho ripresa e riscritta. La seconda ha un antenato ancora precedente e meno nobile: l’idea era infatti spuntata in un’esercitazione universitaria. Anche di questa si è conservato molto poco nel libro. Le ultime due voci, invece, sono nate appositamente per Megacity, inserendosi nella tela tessuta dal reticolo della città. Hanno riempito gli spazi lasciati scoperti della narrazione metropolitana, proseguendo il percorso del protagonista.

“Smarrire Megacity” contiene un messaggio per la città e per i lettori? Non scrivo per fare proclami o dire la mia, l’intento era in primis laboratoriale. In Megacity ho voluto raccontare di una città, attraverso quello che succede mentre stai guardando altrove, e di un personaggio senza descriverlo mai. Ci sono invece spunti e informazioni per poter percepire Megacity come un viaggio senza ritorno, come un percorso di crescita, come la cronaca di un fallimento o come un romanzo simbolico.

Una colonna sonora per ogni capitolo del tuo ebook? Il primo capitolo suona con una musica pop-rock consapevolmente indefinita in sottofondo, che probabilmente esce attutita da casse di un computer in qualche altra stanza. Il secondo ha il suono fastidioso della televisione accesa, jingle pubblicitari, stacchetti musicali, la voce di Carlo Conti o chi per lui… Il terzo suona negli auricolari, musica italiana indipendente contemporanea con una nota polemica. Il quarto è dodecafonia.

Perché un ebook e perché solo e-book e non anche una versione cartacea? Credo che a forma corrisponda contenuto e che un libro non possa quindi essere identico se cartaceo o digitale. Per me l’e-book è e sarà una nuova forma espressiva e richiede un linguaggio suo, il bello è che non è ancora stato decodificato e la sperimentazione linguistico-lessicale ne è incentivata. Quando scriviamo un sms, ad esempio, usiamo un italiano diverso: se cambia la piattaforma, cambiamo modo di comunicare. Perché col libro questo non dovrebbe succedere?

Ogni progetto ha una sua “forma” ottimale, dipende dal messaggio e dal target: condividi? A seconda di chi era coinvolto e per cosa, ho nuotato dove si tocca tra illustrazioni, poesia dialettale, pubblicità verticale, fotografia, narrativa, saggistica, teatro e sceneggiatura cinematografica, web e televisiva. In realtà ho sempre fatto la stessa cosa, di volta in volta facendo miei il linguaggio e la forma più che la tecnica.

A proposito di teatro, chi sono i “MaiSentiti”? Un atelier di teatro milanese nata 15 anni fa nell’ambito della Fabbrica del Vapore, per la direzione artistica di Leonardo Gazzola. Li seguo da una decina d’anni, recentemente sono stato coinvolto per la nascita di un loro sottogruppo più orientato alla sperimentazione. Ogni anno una cinquantina di attori portano in scena sette spettacoli diversi, succhiando avidamente dai classici della cultura mediterranea ma anche dalla tradizione africana. Un caleidoscopio impazzito, ogni anno completamente diverso.

Cosa ami del teatro? Il rapporto sincronizzato col pubblico che si rischia sempre di considerare troppo poco quando si scrive. L’esperienza di gruppo fatta di complicità e comunicazione non verbale e non ragionata tra gli attori, senza la quale la performance diventa immediatamente una recita.

Ci racconti il progetto a cui lavori con i giovani del tuo quartiere? Tre anni fa con quelli della mia zona abbiamo allestito un “osservatorio permanente” del quartiere Forlanini. Scrivono e scriviamo, realizziamo video-racconti, reportage fotografici delle condizioni di vita loro e della comunità che hanno intorno, tra disagi, tossicodipendenze e abbandoni, ma anche tra realtà ben funzionanti, pioniere di un diverso modo di vivere la città.

Nel campo dei video cosa hai realizzato? Il video è la fase attuale del mio percorso. Terminati gli studi in Scrittura cinetelevisiva alla Civica Scuola di Cinema e Televisione, ho formato con altri colleghi Elianto Film, uno studio che vuole diventare piattaforma aperta alla città e ai cittadini. Per ora abbiamo realizzato un videoclip, un paio di spot, vari racconti di eventi e la sigla e la “diretta” del MantovaFilmFest.

Cosa ami di questa forma di espressione?
L’immediatezza. E poi la stratificazione di professionalità che curano aspetti lontanissimi tra loro non solo mi affascina, ma sembra essere la sintesi perfetta del percorso fatto finora: un condominio di storie che racconta storie.

Milano, per un giovane creativo e attivo, è una città accogliente e stimolante?
Stimolante, sicuro. Accogliente affatto. Milano ha tanti problemi. Milano è un’arena. Io ci sono nato e ci nuoto dentro a fatica da 24 anni, tra correnti molto fredde e fondale sconnesso. Ma chiedere qualcosa di più ha sempre la dimensione del favore che non cerco e non mi appartiene. Milano ti fa sudare le cose, te le fa conquistare. Per uno che deve dimostrare il proprio valore cosa c’è meglio di questo?

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