IRRESISTIBILE SAVONAROLA

978882005469GRA (2)_227X349_exactL’INTERVISTA CON L’AUTORE  Dopo “La Milano d’acqua e sabbia”, nel 2009, e “Quello che brucia non ritorna”, nel 2010, entrambi contemporanei e di ambientazione meneghina, Matteo Di Giulio con il suo terzo romanzo è andato a Firenze e a ritroso nella storia fino al 1481. Sono gli anni di Savonarola e lì Di Giulio si è buttato proprio attirato da questo personaggio. Così, i lettori di questo poliedrico autore milanese, appassionato di cinema e di rock, e che non disdegna mai occasioni per sperimentare, nel 2013 aprendo la copertina con il suo nome si sono trovati catapultati in una complessa e antica storia di tanti delitti, “I delitti delle sette virtù” (Sperling & Kupfer), appunto.

Chi sei, in 3 libri e in 3 film? Libri:“Il buio oltre la siepe” di Harper Lee, “Rabbia a Harlem” di Chester Himes e “La vita è uno schifo” di Léo Malet.
Film: “Un bacio e una pistola” di Robert Aldrich, “Le catene della colpa” di Jacques Tourneur e “Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto” di Elio Petri.

Da quanto tempo scrivi e cosa hai scritto finora? Ho scritto e pubblicato numerosi saggi, ho lavorato come critico cinematografico per riviste italiane e straniere. Ho co-curato il saggio “Non è tempo di eroi. Il cinema di Johnnie To”. Solo successivamente ho cominciato a scrivere narrativa pubblicando “La Milano d’acqua e sabbia”, nel 2009, “Quello che brucia non ritorna”, nel 2010, e “I delitti delle sette virtù” nel 2013, oltre a vari racconti su antologie e su quotidiani.

Qualcosa rimasto “nel cassetto”? Altri tre romanzi, due dei quali non hanno mai lasciato il mio computer: non sono ancora pronti per affrontare il duro mondo editoriale.

Dopo due libri ambientati in epoca contemporanea e a Milano, come mai ora a Firenze e ai tempi di Savonarola? Il motivo del cambio è dovuto proprio alla figura di Savonarola, così complessa e controversa da incarnare perfettamente l’anima di un thriller: ho cucito intorno a un episodio reale della sua vita una storia di delitti.

Quante ricerche ti è costata questa scelta? Almeno due mesi a consultare fonti in biblioteca e poi su internet. Ma ne è valsa la pena: mi ha permesso di scrivere un romanzo verosimile e credibile e ha arricchito me in prima persona.

Ambientarlo a Milano cosa avrebbe cambiato? Milano a cavallo tra Medioevo e Rinascimento era in mano agli Sforza e di lì a poco sarebbe caduta sotto il breve dominio francese. Ogni governo che si instaurava cercava di cancellare le tracce di chi lo aveva preceduto, quindi le fonti sono molto frammentarie e spesso discordanti. Ad esempio, non esistono molte mappe che riproducano gli esatti confini e la posizione delle cinta murarie di Milano nel 1500. Firenze, invece, è rimasta quasi identica ad allora, la lunga permanenza dei Medici e la conservazione dei documenti originali ha facilitato molto la ricostruzione storica.

Nel seguito, tornerai in città, vero? Sarà ambientato a Milano nel 1501, ma non è un vero e proprio seguito, sarà una storia di complotti politici ambientata nel mondo delle banche milanesi e con protagonista un antico manoscritto realmente esistente che nessuno, ancor oggi, è riuscito a decifrare.

Come mai hai abbandonato il contemporaneo? La scelta è dovuto proprio all’ispirazione di Savonarola, poi, è stata una caccia di tracce e di indizi lasciandomi portare dalla corrente di ciò che stavo studiando. Il periodo che ho scelto, due anni dopo la scoperta dell’America da parte di Cristoforo Colombo, è di transizione e offre molti spunti. Non è più Medioevo, ma non è ancora Rinascimento: è nelle pieghe della storia che si scovano le scintille che rendono appassionante un romanzo.

Per l’ultimo libro avevi dei vincoli editoriali? E’ il genere stesso che detta le regole. Il lettore di un romanzo storico, infatti, si aspetta che l’ambientazione sia più di un elemento di contorno e che sia credibile. Il lettore del thriller vuole ritmo alto, tanti dialoghi e quanti più colpi di scena possibili.

C’erano elementi o temi a cui non saresti stato disposto a rinunciare? Dar voce a chi non ne ha, la vendetta, il difficile rapporto padre-figlio, la lotta per il potere: sono i miei temi che, inconsciamente, vengono sempre fuori.

Come e quando scrivi? Sono molto metodico: credo che uno scrittore – come un musicista o come un calciatore – debba “allenarsi” continuamente e scrivere il più possibile. Ma anche sperimentare, cercare nuove strade, nuove forme. Scrivo su computer, oppure prendo appunti, su un taccuino o sul cellulare. Scrivo a casa o in ufficio.

Ascolti musica? Moltissima. “Quello che brucia non ritorna”, parla proprio della mia adolescenza punk: suonavo il basso in un gruppo underground. I miei gusti musicali, invecchiando, si sono ammorbiditi: ora ascolto principalmente rock. Quando scrivo è fondamentale una colonna sonora che mi ispiri, la musica mi aiuta a trovare ritmo. Se è una scena d’azione, un gruppo tutto ritmo come i “Trail of Dead” mi suggerisce la carica e l’energia; se è una scena più psicologica ricorro al folk di Elliott Smith o a Marvin Gaye.

Hai mai fatto un book-trailer per i tuoi libri? “La Milano d’acqua e sabbia” ha un bellissimo book-trailer girato da Gianpiero Mendini che è riuscito a riassumere 250 pagine in un minuto e mezzo. Ci sono tutti i luoghi del libro, dal quartiere Giambellino alla “casbah” di Porta Venezia. Ci sono la polizia, gli immigrati, i grattacieli in cui avviene il delitto e i ristoranti etnici che frequenta il personaggio principale.

E per l’altro libro milanese: “Quello che brucia non ritorna”? Un potenziale booktrailer sarebbe ambientato tra passato e presente, in quelle zone centrali dove negli anni Novanta era ancora viva l’anima anarchica e punk della città: il centro sociale Laboratorio Anarchico, in via De Amicis, i negozi di dischi come New Zabriskie Point, dietro via Torino, e Transex, in Duomo. Tutti luoghi che non esistono più o si sono spostati in periferia.

Scrivi solo thriller o spazi in vari generi e “formati”? Sono molto poliedrico, ma non è una mia scelta: sto continuando a cercare storie e sono loro che dettano tempi, ritmi e generi. L’idea di fossilizzarmi non mi piace: è proprio nelle “ibridazioni” e nelle “contaminazioni” che si possano trovare modi originali di narrare le storie che mi colpiscono e che mi stanno a cuore. Ora ho completato la prima stesura di un nuovo romanzo che torna al mio quartiere, il Giambellino, e al presente. È un giallo atipico. Poi sto sperimentando la scrittura per ragazzi, ma è tutto ancora work in progress.

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