GIOVANE HOLDEN A LISSONE

_DSC7269L’INTERVISTA CON L’AUTORE Il suo inedito “Il finocchio selvatico sa d’anice” rimarrà tale solo fino al 2015, poi verrà pubblicato dalla Giovane Holden Edizioni che l’ha scoperta e premiata nell’edizione 2014 del suo premio letterario, l’ottava. Lei è Annalinda Buffetti, una ex maestra, ex da poco, da settembre quando, finalmente in pensione, ha ammesso: “ora ho tutto il tempo per potermi dedicare alla scrittura”. Prima, non che non le piacesse scrivere, anzi, ma si è dedicata per quasi 42 anni ha insegnarlo ai suoi alunni delle elementari brianzole. Con una punta di quel livornese che le scorre nel sangue e che spunta anche nel romanzo.

Quando hai iniziato a scrivere? Pochi anni fa, racconti e romanzi, dopo aver usato la scrittura come mezzo di lavoro. Sono stata maestra elementare e costruivo io stessa i testi che mi servivano per insegnare l’uso delle tecniche narrative e descrittive, secondo il metodo Zoi.

Come mai hai deciso di partecipare al Premio Giovane Holden? Avevo deciso di partecipare al Premio Bukowski, con tema” la donna”, perché il mio libro parla di un universo femminile molto variegato. Lì sono arrivata tra i finalisti, poi ho scoperto che la casa editrice che avrebbe pubblicato il libro del vincitore aveva bandito anche il Premio Giovane Holden, così ho mandato il mio manoscritto. Mi sono classificata al primo posto.

Di cosa parla il tuo “Il finocchio selvatico sa d’anice”?  Di una famiglia di calzolai che, per sfuggire ai bombardamenti del 1943, parte dalla Toscana e arriva in un paesino sul lago di Pusiano. Qui cerca di ricostruire il proprio lavoro, affrontando la difficile realtà con uno sguardo disincantato ma pronto a cogliere il lato positivo e, a volte, perfino comico. La protagonista lotta per risollevarsi da una depressione distruttiva, legata sia all’incapacità di comprendere l’autismo del figlio, sia al rifiuto di accettare la perdita di tutto quello che possedeva. Riuscirà a ritrovare la propria identità grazie anche ad un lavoro gratificante,” inventato” con l’aiuto del suocero.

Ti sei ispirata alla storia della tua famiglia? Sì, alla storia dei miei genitori, ma non è una biografia. Certo contiene innumerevoli episodi e aneddoti realmente accaduti che mi sono stati raccontati tante volte: ho voluto scriverli perché ne rimanesse la memoria.

Si può dire che la Lombardia sia la “terra promessa” nel tuo libro? La famiglia di sfollati parte per la Lombardia pensando di arrivare sulle rive del lago di Como, in una delle eleganti cittadine visitate dal vecchio Amilcare in gioventù. Capita invece in un paesino dove è impossibile ricominciare l’attività calzaturiera perché la gente è troppo povera per permettersi scarpe di lusso. L’impatto con gli abitanti del luogo all’inizio è negativo, sia per la diffidenza che hanno verso i “forestieri”, sia per le incomprensioni legate alla lingua. Con il passare del tempo, però, gli sfollati vengono accettati ed accolti: la Lombardia diventa, alla fine, “la terra promessa”.

Quali paesaggi lombardi vengono descritti? Quelli dei laghi brianzoli, prima considerati soffocanti da gente abituata agli orizzonti infiniti del mare, poi apprezzati ed amati. Le vicende della famiglia si intrecciano con quelle di persone realmente esistite, legate alla Resistenza lecchese, di cui è doveroso non perdere la memoria.

Perché hai deciso di utilizzare il dialetto? Era indispensabile perché la storia si svolge nel ’44, quando in Italia non tutti comprendevano e sapevano parlare l’Italiano. Gli sfollati parlano il livornese, pretendendo di essere capiti, e gli abitanti del luogo rispondono in un dialetto brianzolo strettissimo. Questo crea equivoci e malintesi.

E’ stato difficile usare entrambi i dialetti e in maniera corretta? No, sono nata in Brianza da genitori toscani, quindi in casa ho sempre parlato il vernacolo livornese e fuori casa il brianzolo.

Prima di inviare il tuo romanzo al concorso l’hai fatto leggere a qualcuno: amici, parenti…A mia madre ho fatto leggere il manoscritto appena completato, mi ha detto: “quei tempi erano proprio come li avevo raccontati”. Poi lo hanno letto anche altre persone, ho ricevuto commenti positivi, legati soprattutto al fatto che “il libro si legge tutto d’un fiato” e non è troppo drammatico anche se parla di un periodo di guerra.

Allora ne scriverai un altro? Sto già scrivendo il secondo libro della trilogia “Il viaggio”, con le stesse persone ma dopo quattro anni. La storia non finisce con la conclusione del primo libro, molte vicende rimaste in sospeso si scioglieranno nel corso del secondo e del terzo.

Intanto, cosa ami leggere? Leggo moltissimo e di tutto, spaziando tra narrativa e saggistica. Tra i miei autori preferiti ci sono Andrea Vitali e Giovannino Guareschi. Ultimo libro letto ed apprezzato: ” Lo strano mondo di Alex Woods”, di Gavin Extence.

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