UNA FAVOLA FANTASCIENTIFICA

Parvatiebook-230x300L’INTERVISTA CON L’AUTORE Da piccolo sfiniva il padre chiedendo “come è nata la vita? Come mai pensiamo?” e a 9 anni ha scritto il suo primo “romanzo” ancora oggi integro ma inedito, custodito su un quadernino ingiallito in chissà quale cassetto. Forse “sotterrato” da libri di fisica, la sua grande passione, la sua laurea, la sua materia. Lui è Piero Schiavo Campo, autore di “Parvati”, trasposizione fantascientifica di una favola russa, appena pubblicato con la casa editrice Imperium, e già autore di “L’uomo a un grado Kelvin” che nel 2012 gli è valso il premio Urania.

Hai sempre scritto di fantascienza? C’è un genere che preferisci? Come scrittore amo il fantastico in tutte le sue declinazioni. La fantascienza è un aspetto importante della letteratura fantastica, ma non è l’unico. Ho scritto due romanzi brevi, di cui uno, “L’eredità”, è una “favola moderna” in chiave gotica. Ho anche un’idea per un giallo storico ma richiederebbe uno studio molto impegnativo. Lo ritengo un “sogno nel cassetto”, non so se verrà mai fuori.

C’è un legame tra le materie di cui ti occupi o ti sei occupato e il contenuto dei tuoi libri? Certamente. Non solo dal punto di vista dei contenuti, ma anche da quello dell’impostazione generale. La formazione scientifica mi spinge sistematicamente verso la “hard science fiction”, genere non semplice da praticare. In sostanza, ho bisogno che ci sia sempre una base “verosimile” in un racconto o in un romanzo.

I tuoi studenti del corso di “Teoria e tecniche dei nuovi media”che tieni in Bicocca nel corso di laurea triennale in Comunicazione e psicologia, sanno che scrivi? Hai ricevuto qualche commento? Cerco di non fare pubblicità alla mia attività di scrittore quando sono in università. Mi sembrerebbe poco “fair”. Tra gli studenti, ma anche tra i colleghi, qualcuno però sa che scrivo e ho ricevuto diversi complimenti per “L’uomo a un grado kelvin”.

Cosa ami leggere? Di tutto: gialli, fantascienza, letteratura “mainstream” e una grande quantità di saggi: scienza, storia, politica… La lista degli scrittori sarebbe molto lunga, ne cito uno: Marco Malvaldi, che ho scoperto solo di recente (mea culpa).

Quali sono i tuoi film “cult”? La lista è lunga. Restando nella fantascienza, in questo momento si da troppo spazio agli effetti speciali rispetto alle idee, i miei cult rimangono “Il pianeta proibito”, “Il dottor Stranamore” “2001 odissea nello spazio” e soprattutto “Blade Runner”.

Quando scrivi? E come? Scrivo spesso la sera e meno di quanto mi piacerebbe. Uso un PC: sono talmente disabituato a scrivere a mano che non decifro quasi più la mia scrittura. Quando scrivo ho bisogno di silenzio e che non ci sia nessuno in giro. Se mia moglie entra nello studio, m’interrompo. In realtà scrivo in ogni momento, in macchina, soprattutto. Medito storie, trame, a volte perfino intere frasi.

La storia di Parvati è nata scrivendo o l’avevi già in mente? L’idea di trasporre una favola in chiave fantascientifica mi è venuta molto tempo fa. La favola è un punto di partenza importante per racconti fantasy, spesso contiene elementi che fantascientifici, come la bellissima favola russa che lessi da piccolo: “Ivan Bovino”. La storia di Parvati è una pura e semplice trasposizione di quella fiaba.

I metamorfici e le loro teste: mi è sembrata una bella metafora della crescita, da tanti caratteri a uno, che prevale, ma gli altri restano “al collo”. C’era un simile intento? Nel testo originale, i mostri non sono descritti, da piccolo li immaginavo come draghi. Se da adulti assomigliano a umanoidi, in qualche modo dovevano perdere le teste in eccedenza. Mi venne così l’idea che le teste in più potessero atrofizzarsi. Mi sembrò divertente, anche perché in qualche modo sottende il passaggio, comune anche tra gli esseri umani, dalla confusione adolescenziale alla maturità degli adulti.

Ci sono altre invenzioni che nascono un cenno al reale nel libro?
Certamente la spada e lo scudo di fullerene. Si tratta di un materiale molto recente, da cui ci si aspettano meraviglie. Secondo il fisico M. Kaku l’unico materiale noto che permetterebbe di costruire il celebre “ascensore spaziale” immaginato da Arthur Clarke sono i nanotubi di carbonio, parenti stretti dei fullereni.

Allora raggiungeremo le stelle non sono nei libri? Purtroppo la fisica di oggi ci dice che è molto improbabile che l’umanità riuscirà mai a raggiungere le stelle. Per me questa è una vera tristezza. Mi resta una speranza: lo stato di confusione esistente nella fisica attuale dà la sensazione che ci sia ancora molto da capire. Prima o poi potrebbe avvenire una svolta nella nostra comprensione del mondo fisico, e tutto tornerebbe possibile, anche i viaggi spaziali.

Se dovesse scrivere un racconto breve di fantascienza ma ambientato a Milano nei 6 mesi di Expo 2015 quale sarebbe la trama? Vale anche un’invasione aliena subito prima dell’apertura? Creerebbe qualche problema, ma forse ne risolverebbe altri. Ad esempio, ci parerebbe le spalle rispetto a un possibile flop della manifestazione, eventualità che in questo caso perderebbe d’importanza. Gli alieni potrebbero anche essere attirati sul nostro pianeta dall’interesse di Expo 2015. Ne nascerebbe un gossip su scala galattica, che potrebbe essere interessante da raccontare…

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