AL PUNTO CHE DISTURBI

F-AL-PUNTO-CHE-DISTURBIPiedi per terra. Per terra sull’asfalto, sull’asfalto cittadino. Così ci si sente fin dalle due citazioni scelte come benvenuto per il libro di 34enne milanese Francesco Bittasi. Piedi per terra, occhi aperti, orecchie attente, al punto che disturba, quasi, la città, così viva, così vera, così violentemente contraddittoria. Pubblicato dalle Edizioni del Gattaccio, il volume richiama il concetto con il titolo, anche se si rifà a tutt’altro, e poi leggendo il lettore si accorge, capisce che “Al punto che disturbi” non sei “tu” che leggi, e non sei “tu” Milano, ma in qualche modo siete entrambi coinvolti.

Complice la notte, che in una metropoli è piena di luci e di voci, sembra che l’insonnia abbia pervaso ogni via, e chi dormiva è stato certamente svegliato dal boato che apre il racconto. Da lì si apre la diga della narrazione e scorre un fiume di microstorie che si riversano nella mente di chi legge, e soprattutto negli occhi.
Il barista, il passante, la donna affianco in coda in un negozio, il ciclista e una “lei” che slega la bicicletta. Chi più importante, chi meno, per l’esito del filo narrativo principale, tutti contribuiscono all’affresco milanese che Bittasi dipinge con abilità, con uno stile di puntinismo realistico in cui ogni tocco è una esistenza, uomo o oggetto, ed è “piazzata” nel momento e nel posto giusto. Perché una città come Milano non permette tentennamenti né perplessità, per non parlare delle imprecisioni.
I tram, il supermercato e il bar. La catena della bici e il portone. L’attraversamento pedonale e chi lo percorre, sfuggendo ad un rosso che in agenda non è proprio previsto. Tutto è famigliare per chi conosce e vive la città di Milano come l’autore che vi è nato e cresciuto, e che come protagonista ha scelto un venditore di case, perfetto per una città così”, ritratta in un’epoca in cui la speculazione immobiliare è il secondo tema dopo quello del “non ci sono più le mezze stagioni, davanti ad un caffè preso di corsa. “Perché la città è quella che è” e ha fretta di crescere. Forse per questo, anche, “più di una faccia in strada non ha un bel colore”, e sarà anche per il lavoro, o meglio, per la sua mancanza. Un, se non “il” tema ricorrente nel libro, spesso invece che preso di petto, lasciato trapelare dai gesti quotidiani di cui è tempestato il libro fino al finale. “Poi andrò a cercare lavoro, ci sarà un mestiere per me senza il sottotitolo: stagista/tirocinante. Nel frattempo, vado a comprare una pentola, un cucchiaio e un fischietto, mi servirà quando a 60 anni scenderò in piazza con i miei coetanei a manifestare per una pensione che non avremo”.

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