FAVOLA NOIR

cop“Muto come un orsetto”. Cioè, affatto muto, perché l’orsetto in questione, Gosa, è la voce narrante dell’intero romanzo e di cose da dire ne ha. Caustico osservatore, prodigo di giudizi e commenti, sensibile nel cogliere luci e ombre della Milano da bere e della Milano che ha sete: Gosa è così. Il creatore di questo peluche che di morbido ha solo l’apparenza, è Helfrid P. Wetwood, 36enne milanese, avvocato, e chissà se spietato come lo è nello scrivere. Appassionato di pittura e disegno, e chissà se il suo stile artistico è impressionista e a colori forti come lo è quello letterario.

Nato nel 2012, in un testo destinato a sgomitare in un concorso letterario, firmato con lo pseudonimo di Olivia H. Wetwood, il suo orsetto milanese ha fatto breccia sui pochi che a quel tempo lo aveva potuto tenere tra le mani, tanto che oggi tutti possono farlo, brandendo la copertina giallo carico di Fratelli Frilli Editore che sottotila, eloquentemente, “Milano in una favola noir”.
Il “noir” è già nelle prime pagine, con il peluche come “arma” di un delitto la cui vittima è un’anziana prostituta. Siamo in via Padova e Ginger, così si chiama, resterà con noi per tutto il libro, citata da Gosa nel testo e dall’autore ad ogni inizio capitolo.
Dopo aver ucciso la sua padrona contro la propria volontà, soffocandola per mano altrui, e lasciato qualche pelo nella bocca della donna, l’orsetto finisce per strada, nel fango. Raccolto come è giusto che sia, dagli spazzini – “strana gente, gli spazzini” – in una Milano in cui la spazzatura parla, di zona in zona, dei propri abitanti, Gosa passa di mano in mano ad una serie di esistenze di scarto. Una ex moglie egoista e traditrice, un ragazzone ritardato, un killer, un 30enne da happy hour, uno strizzacervelli, uno sbirro e, unico non detestabile, un meccanico, perché per il resto “vi odio tutti – dice Gosa – Sono stanco, fuori moda, sporco di bava e di grasso, sono incazzato e dal profondo della mia imbottitura”.
Su e giù nella scala sociale, su e giù nella piantina, l’orsetto racconta Milano in presa diretta come “un formicaio di peccatori che parcheggiano in doppia fila”, “un manicomio luminoso per clown”, “un divorzio orizzontale che tutto divora e tutto si prende “ mentre la osserva attentamente attraverso i suoi occhietti neri da peluche, da peluche arrabbiato perché gli hanno ucciso la sua adorata Ginger.
Breve, ma non solo perché breve, “Muto come un orsetto” si legge tutto d’un fiato. A catturare è il curioso punto di vista, il cinismo inaspettato del peluche, il suo linguaggio immediato, vivido e colorito. A volte brutale ma… è un peluche, che male potrà mai fare? Eppure c’è un motivo per cui è diventato il protagonista proprio della favola noir milanese di Helfrid P. Wetwood che approfitta di questo “giocattolo furente” per esplorare i bassifondi di Milano, scavando laddove c’è più puzza e più degrado, laddove una certa parte dell’umanità convive con la peggior sporcizia.
In un centinaio di pagine l’autore dipinge un quadro tragicomico della quotidianità di una metropoli in cui vivere richiede coraggio se, come accade a Gosa, voltando l’angolo si incontrano assassini, molestatori di ragazzini, giovani deviati e cani con cattive intenzioni.
Con più grattacieli e meno tempo, con più nevrosi e più abitanti alienati, la Milano che il protagonista ricordava 50 anni prima, non c’è più: lo shock lo rende logorroico. Senza palpebre da serrare davanti a tale putrido spettacolo, il “soffice”narratore si difende diventando graffiante e spietato: sembra quasi restare impassibile davanti a ciò che vede. Ma fa di tutto perché il lettore non lo sia.

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