IL FALÒ DELLA CELEBRITÀ

Peep-Show-il-nuovo-libro-di-Federico-Baccomo-Duchesne_oggetto_editoriale_w300L’INTERVISTA CON L’AUTORE   Sferzante e ironico, ritmato e divertente, Federico Baccomo Duchesne con Peep Show (Marsilio) è tornato ad affondare nella società la sua penna agile, con quel cinismo puntuale e simpatico di chi sa bene dove, come e cosa colpire. E dopo se ne va sorridendo. lasciando i suoi lettori indecisi se ridere, piangere, piangersi addosso, o rincorrerlo per complimentarsi. Noi lo abbiamo rincorso per intervistarlo, e lui si è prestato volentieri a tornare sul luogo del delitto e reiterarlo. Non è un giallo, il suo Peep Show, ma c’è una vittima: l’ossessione di apparire. 

Questi “15 min di celebrità” di cui restano solo rimpianti. Per riviverli si è disposti a tutto, o quasi. Come mai questa storia? L’idea era di raccontare l’intera parabola – ascesa e caduta – di un uomo famoso, poi, mi son reso conto che la parte divertente, amara, suggestiva, non sarebbe stata quella del raggiungimento del successo, ma quella della sua perdita. Così ho tagliato tutta l’ascesa, per concentrarmi su cosa succede dopo i famosi 15 minuti di celebrità. Una domanda che, in questi tempi in cui apparire è una faccenda alla portata di mano un po’ per tutti, mi sembra abbia una sua piccola urgenza.

Cosa pensi dei reality ? Ne hai guardati ? Ho visto la prima edizione del Grande Fratello e mi ha divertito parecchio. Ho la sensazione che fu un caso isolato di “reality”, come piccola riproduzione della realtà. Ciò che è seguito mi sembra meno interessante: nell’urgenza di creare una narrazione ordinata, si è finito per diluire la forza di quel formato televisivo, dichiarando esplicitamente la sua finzione. E’ più difficile appassionarsi, a quel punto,è come per gli orologi trasparenti che mostrano gli ingranaggi: per un attimo resti ipnotizzato, ma in qualche secondo ti viene tutto a noia.

E cosa pensi dei Peep show? Questi locali a luci rosse dove una donna o un uomo si spogliano senza essere visti dai clienti, continuano a sembrarmi una buona metafora per la storia raccontata nel romanzo. Celebrano un voyeurismo ormai diffuso, non tanto a livello fisico, quanto personale: curiosare su Facebook, su Instagram, su Twitter, su Linkedin, conoscere tutto di tutti. Nulla di deprecabile, ma una tendenza che mi pare interessante considerare.

Qual è la Milano che vuoi far emergere da questo tuo libro? Una Milano molto notturna, molto urbana, solitaria, immersa in un inverno molto freddo e molto bianco. E poi ci sono molti esterni: i lampioni, le luminarie, i marciapiedi, i quartieri di periferia, le autofficine, i bar dei cinesi, le fermate degli autobus, un sacco di passanti. Dei tre libri che ho scritto, in questo c’è la Milano che mi piace di più raccontare.

Che rapporto c’è tra i tuoi personaggi e la città? Più che dai vestiti che indossano o dalle acconciature, le persone vengono definite dai luoghi in cui si muovono. Se si passa di notte sul ponte di via Farini e ci si ferma a metà a guardare verso la Stazione Garibaldi, con tutto il nuovo polo finanziario, quei sei o sette grattacieli che hanno rifatto i contorni di Milano, e sotto i binari del treno, io sento come uno smarrimento. E’ proprio la sensazione che volevo che accompagnasse anche il mio protagonista. Questo è il tipo di uso che ho cercato di fare della città, in queste sue pieghe industriali e un po’ struggenti.

Una storia così era inevitabile ambientarla Milano? No, non credo. Ho considerato l’idea anche della provincia, di posti che dessero ancora di più l’idea di una distanza per un protagonista che vuole stare al centro. Poi però Milano ha avuto la meglio, con la ricchezza di scenari che poteva offrire.

Gli altri tuoi precedenti libri sono diventati film. Che effetto ti ha fatto vederli sullo schermo? Una sorta di meraviglia, un pensiero tipo: “Ma pensa te…”

Peep show : lo vedi diventare un film? O una serie tv, ora che vanno tanto? Per trama e personaggi, è il mio libro più cinematografico. E’ pieno di storie, di piccoli e grandi colpi di scena, di scarti narrativi. D’altro canto però mi sembra anche il libro più difficile da portare su uno schermo. Pur non parlando del mondo dello spettacolo, esso è presente come sfondo: ciò potrebbe comportare maggiori difficoltà di realizzazione e, soprattutto, di coinvolgimento del pubblico. Anche se poi non mancano gli esempi in questo senso, penso a “Re per una notte” di Scorsese ad esempio.

Chi sarebbe Nicola? Potendo sognare, Martin Freeman, uno di quei visi che non si notano, che spesso vengono liquidati con la formula “la gente comune”.

Mi hanno colpito sempre molto i dialoghi nei tuoi libri: come li costruisci? Per i dialoghi h una passione speciale. Davanti ad un dialogo scritto bene sento un’energia che descrizioni, pensieri e azioni difficilmente mi trasmettono. Un brano può essere coinvolgente, appassionante, commovente, disturbante… ma un dialogo riesce a musicare la realtà, meditando sulle parole non meditate con cui le persone comunicano. Non ho un metodo per costruirli: vado alla ricerca di musicalità, li aggiusto e li riaggiusto finché non ho la sensazione che suonino intonati.

Ascolti musica quando scrivi? Ci suggerisci una colonna sonora per Peep Show? Spesso ascolto musica poco invasiva, soprattutto strumentale, per non distrarmi. Per Peep Show ho ascoltato parecchia musica elettronica, ma per leggerlo consiglio qualcosa di malinconico e poco conosciuto, anche per una certa coerenza con il protagonista: “Her handwriting” dei Trembling Blue Stars.

C’è sempre una divertente ironia graffiante, nelle tue trame. Applichiamola a Expo: che storia mi racconteresti? Probabilmente la storia più divertente è quella che viene dopo, quando finisce la festa e ci sono da raccogliere le bottiglie, pulire i pavimenti e dentro ci si ripromette: mai più.

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