TEATRO/IL RITORNO DEI ‘COMEDIANS’

2_phmarinaalessiL’INTERVISTA  Scritto nel ’75, andato in scena nell ’85 con una compagnia di “futuri volti noti”, arrivato il 2015 “Comedians” torna a teatro “liberamente adattato” da Renato Sarti, che lo ha aggiornato dandogli anche una mano di rosa. Immancabili, quindi, problemi moderni come la conciliazione famiglia/lavoro, e gli eterni dilemmi su fama e fedeltà ai valori in un mondo dello spettacolo milanese – e non solo – che è cambiato, ma neanche troppo.
“Comedians” è una produzione del Teatro della Cooperativa e debutterà in prima nazionale al Teatro Elfo Puccini che lo propone ai cittadini dal 16 al 22 febbraio. A rileggere, e riscrivere, l’omonima commedia di Trevor Griffiths affiancando Sarti, anche regista, c’erano le 4 attrici Margherita Antonelli, Alessandra Faiella, Rita Pelusio, Claudia Penoni, e lo zampino prezioso di Riccardo Piferi. Tacendo la trama, un possibile sottotitolo sarebbe “Restare fedeli ai propri ideali o tradire gli insegnamenti ricevuti per ottenere successo?”. E’ il dilemma rimasto senza risposta da quando “Comedians” fu messo in scena sempre dal Teatro dell’Elfo nel 1985, con Gabriele Salvatores a dirigere artisti giovanissimi e allora quasi sconosciuti, come Paolo Rossi, Claudio Bisio, Silvio Orlando, Antonio Catania, Bebo Storti, Gianni Palladino, Gigio Alberti. Da attore del 1985 a regista del 2015, Renato Sarti racconta a Omnimilanolibri l’esperienza di un inedito ritorno ricco di sorprese e attualità.

Cosa ricorda del 1985? La compagnia straordinaria di amici. In parte ci conoscevamo, con alcuni avevo anche già lavorato, ma lo stare assieme sul palco, con “Comedians”, ci ha unito ulteriormente. Portando in giro lo spettacolo ci siamo decisamente divertiti, combinandone una dietro l’altra.

Una per tutte? Il dito rotto in scena, il dito del carissimo Gianni Palladino, ora scomparso, che voglio ricordare con un sorriso. Ad un certo punto doveva battersi un martello sul dito, ma quella volta ha colpito fin troppo bene e se lo è rotto. Naturalmente tutti abbiamo inteso le sue urla di dolore come una performance particolarmente realistica. Invece… Le altre date le ha fatte con il gesso.

Tornando a “Comedians”, perché non riproporlo uguale oggi? Nel 1985 il testo anticipava quanto poi successo nel mondo dello spettacolo in Italia con l’arrivo della tv privata, di Mediaset, e di programmi come Drive-in e Zelig. C’era il confronto tra due comicità: da una parte c’era quella sociale e politica, come quella di Dario Fo, a tratti anche aspra e cinica. E dall’altra, quella “di evasione”, molto più spesso in tv, che evitava temi scomodi per non urtare gli spettatori. E per non farli pensare. Allora, “Comidians” ha anticipato tutto ciò, oggi dopo 30 anni sarebbe risultato desueto e non avrebbe avuto lo stesso potente impatto.

Come mai la chiave al femminile? Nonostante i progressi, in questo campo ci sono ancora tante conquiste da fare. Ed è per questo che con questa chiave lo spettacolo ritrova la sua forza d’urto, grazie ad un tema attuale. Ci sono sì più donne in tv, ma non abbondano nel consiglio Rai come in altri ruoli al vertice. Ho chiamato anche l’autore del testo originario, ha apprezzato l’idea.

Come avete messo mano al testo? É cambiato il numero di personaggi, innanzitutto, e ci sono 4 attrici che già hanno riscosso molto successo con “Stasera non escort”. Anche con la loro collaborazione ho rivisto il testo dando spazio alle attuali problematiche che toccano il mondo femminile. Dello spettacolo ma anche più in generale.

Qualche esempio? Resta la storia del talent scout e della scelta tra il successo facile, con la comicitá evasiva, o la fedeltà al proprio stile anche se scomodo e provocatorio. Non mancano battute sul sesso e sugli uomini e nemmeno quelle di attualità tra terrorismo, Putin e politica nazionale.

Quanta Milano c’è in Comedians? Molta, non esplicitamente, ma ce n’è eccome. La tv privata é iniziata qui, e poi la comicità è quella di Rossi, Jannacci, Fo, e dei tanti attori passati dal Teatro dell’Elfo.

Il Teatro dell’Elfo, appunto, e il Teatro della Cooperativa, e molti altri teatri cittadini: come ve la state passando? Per il sistema teatrale milanese è di certo un momento difficile, ma la nostra realtà cittadina è da sempre stimata per la sua robustezza. Il teatro in una città è importante, per discutere, riflettere ed emozionarsi. I contributi ministeriali sono ridicoli per il lavoro che svolgiamo, non solo artistico ma anche di aggregazione nel quartiere, ad esempio, come accade per il Teatro della Cooperativa. Ciò mette a rischio la produzione.

Non è la prima volta che con il suo Teatro della Cooperativa collabora con il Teatro dell’Elfo: che rapporto c’è? Io con l’Elfo ho un rapporto particolare. Per anni sono stato socio, é stata anche la mia scuola. Se il Piccolo Teatro era il maestro, l’Elfo era la mia palestra. Ricordo spettacoli come “Mai morti”, “Nome di battaglia Lia” e molti altri. Anche “Comedians” stesso, non poteva che nascere all’Elfo: è da lì che sono passate tutte le correnti nuove arrivate a Milano. È sempre stata una antenna per Milano e anche oggi continua ad avere un ruolo fondamentale. E il mio rapporto con questo teatro, con Ferdinando Bruni ed Elio De Capitani, è tuttora intenso, di stima e collaborazione.

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