‘DENTRO’ O ‘FUORI’, PURCHÉ INSIEME

SAN VITTORE, CONVEGNO A ISTITUTO DEI CIECHI - FOTO 5“La vita: una palla al piede”: da queste parole, e da due chiacchiere, guarda caso sul calcio, e su una ipotetica sfida 5 contro 5 a squadre miste, sono partiti a dialogare una ventina di ragazzi di Milano e dintorni. Non in un campetto, però, e neppure in una casa, ma tra le mura del carcere di San Vittore, in 4 appuntamenti di un paio d’ore ciascuno per mescolare le idee degli alunni del liceo classico Manzoni e quelle dei giovani detenuti del carcere a proposito di libertà, pregiudizi, e futuro. Più che “chi vince lo scudetto?”, quindi, la questione è : “chi sarò tra 10 anni?”.
Il 6 marzo è in programma l’ultimo dei 4 appuntamenti previsti, e così finisce il ciclo ma “speriamo di poterne fare uno verso aprile-maggio” racconta il vice preside del Manzoni Francesco Leonardi. Da oltre 22 anni insegnante di religione in via Orazio, ha messo in piedi “il tutto” e questo che sta terminando è il secondo “giro” di incontri dopo quello dello scorso luglio. Leonardi e chi vi ha partecipato – 11 maschi e 9 femmine – ne parlano talmente bene che fioccano le richieste e “persino i ragazzini di IV ginnasio più volte mi hanno domandato se li porterò quando diventeranno grandi”.
Nei venerdì pomeriggio a San Vittore, sta avvenendo un traffico di idee, traffico tutt’altro che illegale: c’è chi “è bene che superi i pregiudizi su chi è in carcere, confrontandosi con il concetto di libertà e con situazioni anche di disagio”, e chi ha bisogno “di vedere nella scuola una opportunità di una vita diversa, scoprendo che i coetanei fuori non sono lontani né giudicanti”.
Chi è passato dalle aule del liceo agli spazi di San Vittore si è trovato in un luogo “parecchio conciato”. Questo ha colpito sia Paolo Vischi sia Arturo Chiovini, entrambi alla prima esperienza, mentre Filippo Ferrara ne ricorda l’effetto claustrofobico dal ciclo di luglio: entusiasta degli incontri con i giovani detenuti, ha voluto tornare e ritrovandone alcuni e conoscendone altri. Prima ancora di aprire bocca, attorno ad un tavolo della biblioteca rinnovata lo scorso autunno, il carcere ha fatto il suo effetto, soprattutto “il vedere miei coetanei affacciarsi alle celle e sottostare agli ordini del secondino. Erano ordini diversi da quelli di prof, mamma e papà”, ordini che hanno fatto riflettere Paolo. Lo sguardo di Arturo si è posato nello spazio delle ore d’aria, “racchiuso tra muri, esiguo, limitato e scomodo. Soffocante”, tanto che, come ricorda Paolo, “alcuni ragazzi ci hanno confessato che neanche hanno voglia di uscirci. Restano in cella e rinunciano alla libertà”. Libertà, è proprio una delle parole chiave degli incontri, ma prima arrivano i pregiudizi, “una fissa per chi è dentro”. La prima e insistente domanda dei giovani che hanno accolto gli studenti è stata infatti “ma voi cosa pensate di noi?” e, allargando il campo, “la gente cosa pensa di chi è in carcere?”. Affatto facile rispondere, anche per chi, andando al Classico, in teoria non dovrebbe restare senza parole. Impossibile negare i preconcetti negativi sui detenuti, esistenti a Milano, come nel Paese, e l’incontrarne di coetanei, “tanto simili a noi da poter essere miei compagni di banco” come osserva Filippo, ha certamente messo in crisi qualche stereotipo da “giovane delinquetello”.
Una volta nella biblioteca del carcere, una battuta sull’Inter, una domanda sulla “okkupazione”, e il ghiaccio si è rotto “anche se dentro faceva un freddo cane”: tra temi alti, come da progetto, e quattro chiacchiere, come da coetanei, “il tempo è volato e la seconda volta ero già molto più sciolto. La prima avevo timore di chiedere o dire qualcosa di inopportuno” confessa Arturo.
Tra domande su Pascoli e Dante, dei detenuti ai classicisti, e sui budget di spesa del sabato sera, tra libertà di essere e di pensare, e di sbagliare ma anche recuperare, le due ore ogni volta volano, terminando con una merenda. “Noi abbiamo portato da bere e alcuni di loro hanno cucinato. Non avendo il forno si sono ingegnati costruendo una sorta di cappa sui fornelli per sfornare torte” racconta Filippo, che ancora si ricorda “quella di pan di spagna e crema: la migliore, senza dubbio”. La cucina, dolce e salata, è una delle attività che più anima i giovani detenuti, c’è anche chi sta preparando la maturità, e chi lavora, e chi sogna di lavorare. Sono spesso molto curiosi della vita da studenti, hanno bombardato di domanda Arturo che, essendo rappresentante d’istituto, ha “un certo ruolo”. Lui, soprattutto, uscendo e non vedendo l’ora di tornare “visto la bella atmosfera creatasi”, si sta interrogando ancora sullo scambio, alla base del progetto. “Per me, per chi come me, entra e vede come stanno le cose veramente in carcere, è una esperienza molto formante, preziosa. Mi chiedo se anche per loro è così, l’incontrare noi”. Sia Paolo, sia Filippo e Arturo, pensano che tutti dovrebbero provare a varcare la soglia di un carcere. Tutti gli studenti, partendo da Milano, ad esempio,ma proprio tutti i cittadini, perché non è come nei film. Peggio o meglio, dipende da che film passano in tv, ma di certo viverlo, è diverso.

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