STATUA UMANA

5753581_320472Sono statue viventi, sono sempre più presenti, ma sono sempre qualcun altro. Sono immobili, sono anonime, sono quasi parte del paesaggio urbano. Le si incrocia andando in ufficio, o in pausa pranzo. Oppure nei week-end, quando si va a fare “il giretto in centro” o “due passi al Duomo”. C’è il fachiro, il businessman, il guerriero. In qualche angolo della città ci sarà forse anche un faraone, ed è la sua la storia che racconta nel suo nuovo libro Marco Presta, noto autore radiofonico, anima de “Il Ruggito del Coniglio” (Rai Radio 2). Si chiama il romanzo “L’allegria degli angoli”, titolo che richiama la professione a cui aspira la statua vivente in questione, Lorenzo, che ha studiato da geometra in un mondo dove le linee parallele, prima o poi, finiscono per incontrarsi. E dove gli angoli, sì, sono allegri, talvolta, e non di regola se sono concavi: anche i convessi possono.

Pubblicato da Einaudi con un bella copertina che ricorda uno dei tanti lavoretti con cui il protagonista si “barcamena” per sopravvivere, il romanzo di Presta sulla carta dovrebbe deprimere. E invece, invece diverte, stuzzica, sprona, spiazza e fa cambiare visione. Leggendo vicende piuttosto tristi e sfortunate, ci si ritrova a sorridere: inizialmente si è colti da un senso di colpa imbarazzato, poi si dà la colpa all’autore, non nuovo a queste imprese comiche, e si prosegue la lettura, capitolo breve per capitolo breve, senza porsi più il problema. Acquisita la disinvolta ironia a cui l’autore ci inizia, le statue viventi non saranno più così anonime e si entra a far parte, a qualsiasi età, ci quella generazione di 30-40enni ritratta nelle pagine. Una generazione che nel nostro Paese è alle prese con lavoro perso o “non pervenuto”, matrimoni falliti, o non combinati, una signora, Michelina, mamma come solo le italiane della sua epoca sanno essere. Al suo generoso e a tratti ingenuo amore, si contrappone l’oscuro giro, molto losco, dove Lorenzo scova i suoi lavoretti, in nero ovviamente, che variano dal sistemare case, al traslocare uffici o, appunto, al fare il faraone. Anzi, “Il Faraone”.
Attorno a Lorenzo, ad abbracciarlo con le proprie vicende dolci e amari, ci sono i suoi amici. Come lui, con la stessa età anagrafica e sentimentale, non da Faraoni ma in condizioni similmente imbarazzanti, anche loro si arrangiano, trovando nella condivisione dei problemi, non sempre la soluzione, ma spesso il sollievo. Catia, diretta e semplice, è la più luminosa nel romanzo di Presta, tanto quanto è pervaso dalle ombre Giorgio, appeso all’abbandono di Stella, fino alle ultime pagine. Quasi. Massimo non è simpatico, ma nel gruppo si finisce per volergli bene, Fabio diventa da subito l’amico sempre desiderato, e forse, a guardar bene, lo si ha già, uno come Fabio “il tranquillizzatore”: basta dargli corda, da subito, anche prima di finire il romanzo.
Nei panni di amico, di figlio, e di Faraone, Lorenzo di pagina in pagina cresce, si riscatta, non si risparmia, anche in tempi di crisi, e impara a trasformare una maschera “di miseria”, inizialmente emblema del suo fallimento personale, in una maschera da guerriero munito di una grinta che mai gli si assocerebbe, incontrandolo mentre timido, al Gran Caffé, non sa come attaccare bottone con “lei”, così diversa da “lui”. Marco Presta gli presta la voce, non lo incorona, non ne fa “un caso umano”, ma semplicemente lo fa “umano”.

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