SULLE TRACCE DI GIANDANTE

gianda_sito_350pxA chi si è concesso il privilegio di un’ossessione per un libro, un’opera, un autore, inseguito, ricercato tra librerie e biblioteche, a volte vicino, a volte sfuggito di poco, a chi si è scontrato con l’indifferenza stupita del proprio interlocutore a cui si chiede di un libro come se si domandasse un reperto da Marte, a chi, insomma, ama leggere e ancor di più ingaggiare piccole cacce al tesoro con le proprio passioni, ‘Giandante X’ di Roberto Farina, editore Milieu, non può sfuggire.

Non si trova in vecchie librerie o su bancarelle da rigattieri, perciò accaparrarselo non è una conquista, ma leggerlo sì: perché Giandante X, storia di un incatalogabile artista-poeta-combattente è anche – e molto – la storia di una ricerca, una passione coltivata dall’autore che ‘si innamora’ di Giandante, ovvero Dante Pescò, nato a Milano nel 1899 e morto nel 1984, una vita tanto ricca di avvenimenti ed esperienze quanto ‘povera’ di memorie e ricostruzioni a cui Farina lavora alacremente, una ricerca febbrile attraverso una Milano sotto le righe: la città della (vecchia) Fiera di Senigallia, dei librai di strada, dei rigattieri, delle librerie dell’usato, ma anche degli intellettuali, degli antifascisti e partigiani, di uomini che in qualche modo possano dire la loro, dare un indizio, una traccia su Giandante X che, a leggere il libro come un romanzo, è davvero una sorta di eroe misterioso alla cui scoperta si lancia l’autore portando così  il lettore, pagina dopo pagina, nella vita tumultuosa di Giandante. Un po’ romanzo, un po’ saggio, il libro scorre agile e nelle pieghe delle peripezie dell’autore – di quelli capaci di emozionarsi quando stringono tra le mani un libro a lungo sospirato – si staglia sempre più nitida la figura del ‘protagonista’, l’artista controcorrente Giandante, nato da famiglia benestante, fuggito al benessere, in perenne lotta e cammino, con un “nome unico come una cicatrice, ma uguale a tutte le ferite del mondo”, come scrive Farina che su Giandante, che suona Viandante, scrive ancora: un uomo “fuso col prossimo”, “in divenire, ma fedele a se stesso”, emblema “di una generazione che rinunciò a tutto, tranne che al mondo intero”.

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