IL COLOSSO DI CORSO LODI

545-thickbox_defaultUn’esplosione, okay, ma era troppo poco per scomodare il trio collaudato di autori che per Frilli Editore ha già pubblicato “Operazione Madonnina” e “Operazione Rischiatutto”. Infatti, Besola/Ferrari/Gallone si sono buttati, come d’uso, in una Milano d’altri tempi e hanno aspettato, che, dopo un giovane della rampante borghesia milanese, saltassero in aria anche altre vittime a lui ben distanti. Ecco allora che è parso il caso, di scrivere la loro terza “operazione”.
Non smentendosi nel loro rifuggire una noiosa serialità da abitudinari con la penna in mano, l’hanno intitolata “Il Colosso di corso Lodi”: titolo che, a cercarlo su Google, il motore di ricerca suggerisce che “forse cercavi…Colosso di RODI”.

Anch’esso vuole sviare le indagini. Nel libro, intanto, a condurle è il commissario Benito Malaspina, detto il Mala, e siamo nel marzo 1975. Prima al parco Lambro, per veder saltare in aria Daniele Belotti, ma poi mentre il facoltoso padre ha la geniale idea di offrire una taglia milionaria a chi gli consegnerà l’assassino del suo unico figlio, spuntano fuori altre vittime. Sempre giovani ragazzi, fatti “brillare” con la dinamite, ma che di luce ne hanno vista ben poca nelle loro vite esplose. Certo meno del capostipite dei cadaveri, caduto nelle mani del killer a cui il Mala da la caccia, assieme al suo fido informatore, ex giornalista, se mai si può smettere di esserlo, Dino Lazzati detto Fernet.
Tra noir, poliziesco e surreale, con un tocco quasi fumettistico e comico, i due portano avanti le indagini allietando i lettori con frequenti scambi di battute. Interni, ai due, che formano una coppia ben assortita di lavoro, ed esterni, con personaggi che diventano pannelli appesi ad una parete in cui raccontare una Milano d’altri tempi, in parte sopravvissuta. Ufficialmente siamo negli anni Settanta, sulle strade, con la gente di quei tempi, “in una città che ha imparato che finire significa semplicemente affacciarsi a un nuovo inizio”. A chi legge l’onere, il peso o il merito di intravedere in tutto ciò qualcosa che ancora oggi permane.
Questo terzo episodio ha una forte continuità di stile, di ambiente, di retrogusto avvincente, ma è orfano dei protagonisti a cui il trio di scrittori aveva abituato i propri seguaci. Lorenzo, Osvaldo e Angelo, lasciano a “Mala” e “Fernet” il testimone regalando alla narrazione nuovi registri e nuove psicologie. Un nuovo sguardo con cui guardare la città e quanto la anima.
Ne “Il colosso di corso Lodi” si avverte l’alone malinconico che Malaspina ha attorno a sé, ben equilibrato dalla potente verve, quasi prepotente, del giornalista. Non ci si ferma, però, a questo tandem, ad un on/off di carica umorale: attorno c’è un balletto di figuri scardinati e simpatici, mai scontati, divertenti, a partire dal poliziotto romano Venditti: le sue battute scuotono sempre la scena, sembra quasi di averlo accanto.
E’ in buona compagnia, quindi, e guidati dai tre abili autori, che si gira una Milano nebbiosa e oscura, magicamente descritta nei bar, nei cinema, nelle strade e soprattutto nella sua gente. Sì, i milanesi, le persone, le loro storie, sono sempre l’ingrediente fondamentale nei misteri che il trio propone. Operazione riuscita, anche questa.

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