MILANO MIA

milano-mia-293592L’INTERVISTA CON L’AUTORE  Milano in 20 racconti, dalla Liberazione all’Expo: una impresa da Massimiliano Carocci, autore già conosciuto con “Milano City Blues” e che torna per raccontar la città con “Milano mia” (Eclissi editrice). Altro stile, altro libro, altre suggestioni che, in un crescendo non solo cronologico, tracciano la biografia di una città viva. E come ogni essere vivente, con pregi e difetti, ma da conoscere ed amare. ..

Con che criterio hai scelto gli episodi, le tappe, di questa storia di Milano?
Sono partito dalla rilevanza storica degli avvenimenti e dalla profondità emotiva che avevano scatenato. E le due energie venivano a coincidere. Tutto ciò che ha segnato la storia della città dalla Liberazione ad oggi ha dignità letteraria, personalmente non avrei mai rinunciato alle storie di “martirio” come Villa Triste, Piazza Fontana e l’omicidio di Pinelli, Fausto e Jaio.

Perchè questo arco di tempo? La ri-nascita della città è avvenuta il 25 aprile del ’45. Oggi siamo a metà tra una faticosa memoria, che non sempre genera coscienza, e un silenzioso, inesorabile oblio. Settant’anni sono sufficienti per determinare un percorso storico di evoluzione o – come credo – di involuzione per una città e una società.

E il fazzoletto rosso cosa rappresenta? E’ da partigiano. E’ il testimone che passa di mano in mano ai personaggi, il senso stesso del nostro essere liberi, responsabili e partecipi ad un’idea di libertà e giustizia.

Come hai lavorato alla storia di Milano che non hai vissuto direttamente? Dalle testimonianze e dai libri ho percepito la storia della mia Milano come il racconto di una sconfitta di sogni e ideali. Io ho cercato di innestare, nella scenografia di eventi reali, l’invenzione romanzesca. Altri racconti invece sono realmente accaduti.

Che rapporto hai con la storia ? Ho sempre subìto il fascino della storia, in particolare contemporanea, l’ho studiata, ora la insegno a scuola e non ho mai smesso d’indagarla. E’ il diario segreto dell’umanità, abbiamo il compito di rispettarla, conoscerla e imparare da lei.

Siamo in periodo: Milano ed Expo, come hai deciso di raccontare questa fase? In Milano City Blues l’Expo era un gigante in avvicinamento sfiorato ma non troppo disturbato da scandali, tangenti, infiltrazioni della mafia. Oggi invece è una condizione cui siamo obbligati, l’apoteosi del nulla di una grande fiera. Gli stati come le multinazionali.

Insegni: come e quando compare la scuola nel tuo libro? E nei precedenti? La scuola è presente in tutti e tre i miei romanzi. In Milano City Blues uno dei protagonisti si scopre insegnante in un carcere minorile, in Fiori Amari la scuola è il luogo delle prime contestazioni e ribellioni, in Milano Mia ho dedicato un racconto al ricordo del professor Mario Miccinesi, figura fondamentale sia per mio padre che per me. Ho affrontato le tre condizioni dell’apprendimento: la bellezza di insegnare, la negazione del confronto, il dono di trovare un maestro che in-segna dentro di noi.

Che differenza c’è tra la Milano di questo libro e quella che hai messo nei precedenti? Nella Milano passata descritta in Milano mia ho trovato un’umanità molto profonda, generosa, tipica di una città operaia e culturalmente “illuminata”, dinamica e all’avanguardia in tutto. Nella mia città, attuale sempre descritta in questo ultimo libro noto invece una certa freddezza, un precariato di valori e speranze. Ma anche tante persone e realtà che si oppongono cercando di costruire il proprio futuro pensando alla vecchia Milano “col coer in màn”…

C’è continuità o stacco tra i tuoi libri, esplicita o meno? Sono una trilogia, la “trilogia milanese”, in comune hanno una volontà civile e una tensione verso temi assoluti, eterni. La redenzione, l’amore, la speranza, la giustizia, la violenza, la memoria o l’oblio.. In Milano City Blues c’è la “sindrome di Telemaco”, la ricerca simbolica del padre, in una famiglia operaia, tra morti d’amianto, Expo e mafie. In Fiori Amari il protagonista è un Edipo contemporaneo, anarchico, accecato dalla vendetta e dalla sete di giustizia. In Milano Mia ho ripercorso la storia della città con una sorta di Orfeo che cammina tra i fantasmi del passato evocandone le virtù e l’esempio.

E questo “amaro” che, non nel titolo, ma anche nell’ultimo libro compare soprattutto nell’ultimo capitolo? È semplicemente quello che provo. Credo che Milano stia perdendo la sua anima accogliente, dolce e ironica, ma anche pratica e seria, che le permetterebbe di diventare – o rimanere – una vera capitale europea. Quello che notava a suo tempo Pasolini è più vero che mai. Lo sviluppo economico ha eliminato il progresso spirituale, ha così vinto l’omologazione del consumo.

Immagina di scrivere un capitolo dell’edizione aggiornata 2016. Sul dopo-Expo cosa racconteresti? Bella domanda. Quello che vorrei raccontare: la definitiva rinascita di Milano, con gli spazi di Expo riconsegnati all’agricoltura biologica e alla cittadinanza con una grande università o un polo di ricerca. Una Milano veramente moderna ed europea, di nuovo colorata, aperta alle differenze, con più parchi e giardini, nuovi spazi sociali, maggior interesse verso l’educazione e costi più bassi. Quello che non vorrei raccontare: le fauci della finanza – legale, illegale, in giacca e cravatta o pistola, magari entrambe… – che si aprono sugli affari possibili cementificando ancora..

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