LE NOTTI DELL’ABBONDANZA

566-4555-2_39944cc7ed8928dfb9ff9e8fda899e81L’INTERVISTA CON L’AUTORE  Un paese che non esiste ma potrebbe, protagonisti e storie immaginate viaggiando e visitando “quei posti”, ascoltando e incontrando chi vive e lotta sul territorio, contro chi dice “questo non si fa”. Perché c’è chi davanti a questa frase si rassegna, e c’è chi lotta con ancora più forza. “Le tre notti dell’abbondanza” contengono molte più notti, e anche tanti altri giorni, di una 15enne sognante, che disegna ciò che desidera, e poi fa in modo di realizzarlo. L’autrice di questo romanzo edito da Piemme Editore è la brianzola Paola Cereda. Era già andata in Toscana, sull’Isola di “Se chiedi al vento di restare”, e ora raggiunge il Sud e ce lo riporta con la sua ricchezza di sapori, colori e delle donne sempre più protagoniste, quasi assolute.

Stavolta in che modo lo sono? In modo totale. In questi ultimi anni mi sono appassionata al lavoro delle donne sindaco della Calabria, alla loro forza, al coraggio nel voler cambiare le cose. Non volevo scrivere una storia vera – il mio ambito è quello della fantasia – però ho ambientato la vicenda in un paese che non c’è, ma che potrebbe esistere. Le donne di Fosco nutrono il sistema della malavita o provano a spezzare il “così è perché è sempre stato”.

Che legame c’è tra questo romanzo e i precedenti? Considero il mio ultimo lavoro come il terzo di una trilogia, iniziata nella Brianza del romanzo “Della vita di Alfredo” e proseguita con l’isola toscana di “Se chiedi al vento di restare”. Tre romanzi, tre parti d’Italia (Nord, Centro e Sud), storie molto diverse, temi ricorrenti. L’autodeterminazione, innanzitutto, intesa come capacità dei protagonisti di ritagliarsi il proprio spicchio di presente in un sistema già scritto. Un altro tema ricorrente a cui tengo è la diversità: si può essere nati dalla stessa madre ed essere differenti. E non vale solo per i figli, ma anche per chi è nato negli stessi luoghi e ha respirato gli stessi princìpi.

E’ stato diverso lavorare a ciascun titolo? Perchè? Il primo romanzo raccontava “casa mia”, la Brianza, dove sono cresciuta. Utilizzava espressioni in brianzolo, il dialetto dei miei genitori. Per scriverlo è bastato ritrovare i racconti di mia nonna e di mio padre, o guardarmi attorno, per vedere come stava cambiando il contesto. Per gli altri 2, invece, ho studiato. Quando scrivo non parto da una storia, ma da un luogo. Leggo, mi informo, domando a chi ci è nato, vado a conoscere. Entrare in un paesaggio, per me, è una delle parti più belle della scrittura.

Esiste un “Fosco” a cui ti sei ispirata? Cosa rappresenta questo paesino idealmente? Fosco non c’è ma potrebbe esistere. È fatto di regole non scritte, abitudini, tradizioni, modi di dire, gerarchie, sistemi di potere. A Fosco zi’ Totonnu è il capo che detta cosa bisogna e non fare. E quando il capo vacilla, arriva un nuovo capo, ancora più potente.

Come racconteresti la tua protagonista, Irene? “Irene aveva quindici anni e ciglia lunghe da confondere i pensieri”, al tempo delle vicende del romanzo. Siamo nel 1985. La malavita di Fosco vive ancora di sequestri di persona ma si orienta già verso traffici internazionali, più redditizi. Irene legge il quotidiano attraverso un quaderno arancione, dove disegna non ciò che è, ma ciò che vede e lì c’è ancora spazio per la fantasia e per il possibile. Quando dovrà rapportarsi davvero con il dolore, capirà che “le visioni” sono utili soltanto se qualcuno è disposto a condividerle. Troverà in sua sorella Lorenza un aiuto concreto e quotidiano. A Fosco non ci sono eroi, ma persone che, insieme, fanno una possibilità.

La società /il clima di Fosco sono rappresentativi di una parte della società o della cittadinanza italiana come atteggiamento? Purtroppo sì. Un amico mi ha detto: “Rappresenta bene la società, almeno fino al riscatto”. Perché un riscatto c’è, nella mia storia, così come nel mio modo di intendere la vita. Non sono pessimista. Credo in un futuro possibile. La mia esperienza di vita, soprattutto quella in Argentina, mi ha insegnato quanto le donne possano fare la differenza nel dare il via a processi di rivoluzione pacifica.

Questa scala che non arriva al mare… nella vita di ciascuno ce n’è forse una? Di cosa è simbolo? E’ il simbolo dell’ingiustizia, di qualche cosa al di sopra di noi che dice “questo non si deve fare” senza spiegarne le ragioni. Per gli abitanti di Fosco, il mare è un elemento vicino, eppure impossibile da toccare. Nella maggior parte della gente, questo divieto genera rassegnazione. In qualcuno, per fortuna, genera voglia di lottare.

Perché da brianzola che vive a Torino hai scritto di un ambiente così “lontano”? Tutta pura immaginazione? Naturalmente no. Sono stata in Calabria diverse volte, soprattutto per lavoro. Ho conosciuto chi se ne è andato e chi è rimasto. Protagonisti e storia sono inventati ma non il contesto. Ho viaggiato molto all’estero, e ogni volta sono tornata in Italia sempre più innamorata della sua “regionalità”, del fatto di trovare nella stessa nazione paesaggi, usi, dialetti, cibi e mentalità molto differenti nel giro di pochi chilometri. Ed è lì, nella “regionalità”, che si inserisce la mia scrittura. È su questo che voglio lavorare.

Con i tuoi romanzi tornerai mai al nord, alla tua terra d’origine?
Forse, ma non nell’immediato. Ora sto scrivendo una storia ambientata in Veneto, nel Polesine. Un Nord per certi versi simile e per altri molto diverso dalla Brianza.

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