LA MEMORIA DI GORLA

3772Delicatamente intenso, “Gorla fermata Gorla” è un invito a fermarsi a pensare. Accompagna nel passato attraverso un viaggio dolce e doloroso a Gorla, a due passi al teatro Elfo Puccini in cui questo spettacolo va in scena (fino al 29 novembre, prodotto da Teatro della Cooperativa) proponendo un testo di testo di Renato Sarti. Poche fermate di metropolitana ma si cambia epoca e si va in guerra rivivendo per voce e corpo di Federica Fabiani e Matthieu Pastore episodi quotidiani dei più drammatici della Seconda guerra mondiale. A Milano, il 20 ottobre 1944, si è aperta una ferita che Sarti non vuole far rimarginare per sempre, senza sadismo, ma con una voglia di memoria che trova perfetta interprete in Giulia Lazzarini.

Da milanese, da appassionata e consapevole testimone di storia, la brava attrice recentemente premiata per la sua performance cinematografica nel film di Nanni Moretti “Mia madre”, fa onore allo spettacolo architettato e diretto da Sarti dimostrando come il teatro civile fatto con onestá e purezza ha tutta la potenza necessaria per riempire i teatri. Sia con chi vuole ricordare, sia conchi non sa ma integra i libri a mezzi di apprendimento e autoconsapevolezza più sensoriali. Teatrali. Quel giorno a Gorla alcuni aerei della Air Force, dopo aver bombardato l’area nord della città, scaricarono le bombe residue e una si infilerá nella tromba delle scale della Scuola Francesco Crispi. La conseguente esplosione farà piangere alla città ben 184 bambini, bambini di un tempo, con la merenda preparata dalla mamma in cartella, affianco ai quaderni scritti a mano con le prove di “a”, “f” e “h” maiuscole e minuscole ripetute fino ad impararle per poi scordarle diventando adulti. Quei bambini, mai adulti, sono rimasti invece vittime e simboli di una strage che, vista oggi a teatro, suona sinistramente simile, per certi versi, a quelle di cui i tg snocciolano i numeri anche in questi giorni. Il primo approccio allo spettacolo Gorla fermata Gorla è di stupore, per la coreografia geniale e di grande efficacia, per la potenza dei testi e l’armonia tra parlato e recitato. Lazzarini, maestra d’orchestra, è brava e tragica, mentre i due interpreti condiscono le sue letture con gesti a tratti giocosi che ricordano la leggerezza e la spensieratezza dell’infanzia che i bambini stavano vivendo, prima del 20 ottobre. Fatta di giochi d’epoca, in una vita di quartiere che oggi non si immagina facilmente possa esserci stata lungo il caotico trafficato viale Monza. Presa confidenza con lo spettacolo, con il ritmo e con la materia, il pensiero vola a tratti alla guerra moderna proponendo allo spettatore mai esplicitamente ma quasi inevitabilmente, il pensiero di stragi moderne. Perchè di bombe con vittime innocenti se ne sente parlare anche oggi. E di morti nelle scuole per tutt’altra ragione, anche. Vite interrotte da una violenza estranea, lontana ma troppo vicina. Se per Gorla fermata Gorla lo spettatore inquadra i decessi in un contesto storico “noto” e circoscritto ad una pagina di storia, a un capitolo di sussidiario, per i fantasmi di vittime moderne che lo spettacolo rigurgita, non ci sono libri di storia che creino distanza dai fatti. Resta quindi l’incognita del futuro, ricordando il passato: uno stato d’animo in cui il valore della memoria e quello del teatro civile di cui Sarti è ottimo rappresentante, è ancora più importante. Serve ricordare, una strage, e non sentirla troppo lontana nel tempo, oltre che nella distanza. Nell’ora e poco più di spettacolo da seguire in apnea, confluiscono testimonianze, documenti, memorie dei sopravvissuti. Materiale raccolto in una attenta e devota ricerca sul campo di Sarti che ha poi cucito tutto con grande pazienza ma soprattutto con infinita dolcezza. Una dolcezza che Lazzarini trasmette al meglio. Il duo Lazzarini- Sarti, torna in scena dal 2 al 6 dicembre, al Teatro della Cooperativa, lasciando la guerra per raccontare un conflitto più psico sociale, ma altrettanto intriso di dolore. Lo spettacolo è “Muri-prima e dopo Basaglia”, è la testimonianza di Mariuccia Giacomini, entrata giovanissima come infermiera nell’Ospedale Psichiatrico Provinciale di Trieste all’epoca di Franco Basaglia. Con i suoi occhi si ripercorrono quegli anni di conquiste sociali che portarono alla chiusura dei manicomi.

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