GRANDINE

grandine-copertinaL’INTERVISTA CON L’AUTORE  Precariato, pendolarismo, pessimismo, vita post-matrimonio prematuramente fallito: se si vuole ingabbiare su un tema l’ironia disincantata che anima la scrittura di cui Francesco Rago fa mostra nel suo ultimo romanzo, non ci si riesce. Grandine, pubblicato da Laurana, è un libro che colpisce, non una ma più volte, come il soggetto del titolo, e lo fa parlando di società contemporanea, analizzandola e criticandola. Diversamente dalla grandine del titolo, però, l’autore non agisce dal cielo, dall’alto, ma sul piano del lettore, da essere vivente, nei panni di un protagonista che tutti potremmo aver incontrato. In ufficio, su un tram, in un bar. O guardandosi allo specchio. Prima di approdare al presente, lo stesso autore ha dedicato i precedenti romanzi ad altre epoche e contesti, passando ad esempio dagli anni di piombo a quelli attuali.

Perché questo salto? E con che materiale al posto del piombo rappresenteresti i tempi attuali? Con che materiale rappresenterei questi anni? Plastica. Quando ho scritto “Dole come il piombo” mi piaceva l’idea di provare a immergere i miei protagonisti in un contesto politico-sociale complesso, con dei valori molto diversi da quelli di oggi. Gli anni ’70 hanno sempre suscitato in me un certo interesse. “Grandine”, invece, è una storia moderna, analizza e critica l’attuale società. In mezzo c’è stato “Il compleanno di Eva”, che inizia a Budapest dopo la caduta del muro di Berlino. Non mi sono fatto mancare niente…

La trama del romanzo era già scritta o si é sviluppata mentre scrivevi? Faccio molta fatica a prepararmi una scaletta da sviluppare, quando comincio a scrivere ho più o meno un’idea di fondo ma la storia, le situazioni e i personaggi mi escono un po’ alla volta. Anche lo stesso finale di “Grandine” non era programmato, l’ho deciso all’ultimo.

Ci descrivi il protagonista? Si chiama Leone, perché il padre era appassionato dei western di Sergio Leone. E’ un giovane sulla trentina, in apparenza conduce una vita tranquilla – ha un lavoro e una famiglia “normale” – in realtà vive male e non riesce ad accettare le cose per quello che sono. Il suo è un continuo rincorrere quello che non c’è.

E’ ispirato a te o a un conoscente? Non è ispirato a nessuno e non è autobiografico. Può sembrare una visione negativa ma è solo una presa di coscienza. Anni fa Gaber ha inciso un album intitolato: “La mia generazione ha perso”. Be’, mi viene da dire che se la sua generazione ha perso, la mia di certo non ha vinto.

Perché hai fatto lavorare Leone in un’agenzia pubblicitaria? Mi serviva un ambiente creativo che però, pur nella sua creatività, potesse rivelare una dose di manierismo. E’ emblematico della società contemporanea dove molti giovani che vorrebbero realizzarsi e dare un apporto “creativo” e “intellettuale”, ma spesso vengono relegati in un angolino, perché il cambiamento spesso spaventa.

Il pendolarismo: condizione che ci condiziona… anche nella mentalità secondo te? Per fortuna non l’ho mai provata ma conosco un sacco di persone che lo sono. Sentendo loro mi sono fatto l’idea che sia inevitabile finire con l’esserne condizionati. Un pregio posso immaginare che sia il fatto che incontri le stesse persone e magari fai amicizia. Il difetto maggiore è che è troppo stressante: i disservizi, i ritardi, gli scioperi…

Nel libro spuntano temi come rapporti omosessuali, violenza sulle donne, separazioni… Temi discussi ma che nella tua narrazione figurano “parte della vita” .. Almeno è la mia impressione. Come parlarne senza farne macchiette o cadendo in stereotipi e tragedie? Mi viene naturale affrontare certe tematiche, la mia scrittura è da sempre incentrata su argomenti che ci riguardano da vicino. Mi piace raccontare la realtà per come la percepisco, cercando sempre di fare emergere l’umanità dei miei personaggi senza ricorrere a trucchi o effetti speciali. Per raccontare una storia molte volte non servono tragedie.

Che Milano emerge dal tuo libro? E tu che rapporto hai con questa città? Emerge il quadro di una grande città piena di opportunità e potenzialità, ma anche con quei difetti tipici delle metropoli, quali la frenesia e lo stress che spesso si ripercuotono anche nei rapporti umani finendo con il depauperarli. Personalmente non amo Milano e le grandi città in genere, in cui il posto che frequento più volentieri è lo stadio.

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