L’ADDIO DI MORESCO

mores

Cupo e a tratti violento, con una scrittura non sempre scorrevole e luoghi difficili da immaginare. Surreali tanto da parere così potenzialmente reali che la mente di un lettore non ha voglia di immaginarseli. Di figurarseli nella mente mentre legge cercando evasione dopo una giornata di traffico e violenza, e invece se li ritrova all’ennesima potenza, senza filtri, nelle pagine di un libro.

Bisogna accettare la sfida di Antonio Moresco, per dire addio ai propri incubi entrandoci con due piedi su due, due occhi su due, puntati sulla pagine pubblicate per Giunti Editori.
Nel suo recente romanzo “L’Addio”, ci sono due città parallele, una dei vivi e una dei morti, c’è un bambino senza capelli che pur non vedendoci, vede troppo bene, troppo per chi è dotato di tutte le diottrie ma non ha pronto il cuore per lasciare che le immagini della realtà lo impressionino.

Il protagonista è uno sbirro morto, D’Arco, e la storia prende avvio dal suo udire un canto di bambini, melodia che lo proietta in un universo di dolore, violenza, tenerezza, pietà e rabbia, mescolate.

Dalla città dei morti, dove a regola dovrebbe abitare, va in missione in quella dei vivi offrendo al lettore una interessante alternanza di scorci dell’una e dell’altra. Dominano in entrambi i casi paesaggi surreali, architettonici e urbani ma intrisi di esistenze e di aspetti sociali come se la geografia esistesse solo per dare corpo ai valori dominanti nell’ambiente. Una sorta di psicotopografia.

D’Arco, assieme al bimbo cieco ipervedente deve trovare l’autore del massacro di innocenti in atto, che nessun vivo anche in divisa, non sa trovare.
Va letta la prefazione , perché è impensabile affrontare il libro senza le imbeccate in essa contenute, per poi accettare di aggirarsi guardinghi e coraggiosi nelle stesse atmosfere che D’Arco esplora con la sua piccola guida. La nostra potrebbe essere Moresco stesso.

A questo punto, ne “L’Addio” si può trovare una sofferenza catartica che come pochi fa sentire degli eroi. Innanzitutto per avere letto un libro con cui l’autore ci sfida, mette alla prova sia la nostra fiducia in lui sia quella in noi stessi. Perché, che sia nella città dei morti, che sia in quella dei vivi, ogni vicenda raccontata porta con sé echi di cronaca reale. Vittime innocenti che riempiono i telegiornali, ma non solo: le reazioni della società, delle persone, della città che assomiglia pagina dopo pagina sempre di più a quella che percorriamo ogni giorno.

Dopo l’Addio lo faremo tendendo l’orecchio per udire il canto commuovente di uno delle tante innocenti vittime che essa nasconde nelle sue viscere, traforate da linee metropolitane in estensione.

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