MILANO E LE OTTO MONTAGNE

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Un milanese a lezione di montagna, di vita, fin dal giovane età, portato a confrontarsi con un paesaggio così immenso e immensamente selvaggio da sovrastare ogni abitudine e schiavitù cittadina. Così accade a Pietro, un bambino all’inizio di “Otto montagne” (Einaudi), il nuovo romanzo di Paolo Cognetti, amato scrittore nato a Milano ma che volge spesso lo sguardo verso paesaggi alpini, anche perché “Qualunque cosa sia il destino, abita nelle montagne che abbiamo sopra la testa”.

Senza trascurare ciò che è tangibile, rocce, laghi, pascoli e corsi d’acqua, l’autore non propone una bucolica gita fuori città bensì un seminario di vita con esperienze sul campo. Fatte da Pietro per tutti i lettori.
Nelle righe di questo romanzo, già pubblicato in oltre 30 paesi, vige il silenzio, rotto solamente da una voce che racconta la storia dell’amicizia tra Pietro e Bruno, da quando sono ragazzi fino a quando sono due uomini.

Il loro è un viaggio esistenziale affatto lineare che sorprende e appassiona per l’idea di continua ricerca di una strada per riconoscersi. Non è socievole e neppure espansivo, il ragazzino di città, figlio di un chimico un po’ cupo e di una donna che trascorre la propria giornata lavorando in un consultorio della periferia milanese addossandosi i problemi di mezzo quartiere.

Queste tre anime trovano una tacita corrispondenza nelle Tre Cime di Lavaredo e quando scoprono Grana, piccolo borgo ai piedi del Monte Rosa, non si lasciano sfuggire l’occasione di avere un luogo fuori Milano in cui prendere boccate di aria pura. Ogni estate, per tutte le estati di Pietro bambino, poi ragazzo, poi uomo, estati da trascorrere fianco a fianco a Bruno, pastore di vacche, nato ad alta quota, più vicino al sole che gli colora da sempre pelle e capelli.

Pietro quando lascia Milano ritrova anche la compagnia del padre che sembra saper ricoprire questo ruolo solo durante lunghe passeggiate fatte di poche parole e tante immagini, pillole di vita educative che formano questo ragazzino come vento su roccia.

Non è la prima volta che Cognetti “scappa” in montagna, questa volta più delle precedenti, non da l’idea di fuggirvi ma di scegliere di andarci. Per ascoltare e per proporci di ascoltare, leggendo la sua storia, una parte di ciascuno di noi che emerge quando si esce dal contesto di routine senza cercare altro se non “una parete di roccia, neve, un mucchio di sassi squadrati, un pino”.

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